L’obiettivo Ue prevede che fino al 5% della riduzione possa essere coperto da crediti internazionali, ma nessun mercato ha mai

Il quadro normativo è scolpito con precisione. L’Unione europea ha un obiettivo vincolante di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Ma accanto a quel numero ce n’è un secondo, assai meno pubblicizzato: l’obiettivo domestico è dell’85%, e fino al 5% può essere coperto da crediti internazionali di carbonio. Non si tratta di un tecnicismo innocuo. Secondo l’analisi di CONCITO, questo 5% è stato un elemento politicamente contestato dell’accordo UE di dicembre 2025 sull’obiettivo 2040. È la clausola che ha permesso di trovare un compromesso, ma lascia aperta una domanda scomoda: quei crediti, chi li fornirà?

La scommessa del 5%: una clausola che vale miliardi

Quei cinque punti percentuali non sono un dettaglio tecnico. Sono la differenza tra un’Europa che riduce le proprie emissioni e un’Europa che le sposta altrove, almeno in parte. L’Unione europea ha fatto una scommessa: i crediti internazionali saranno disponibili su larga scala nel 2036. E in questo momento, nulla lo garantisce. «L’Unione europea ha scommesso che i crediti internazionali saranno disponibili su larga scala nel 2036, e in questo momento nulla lo garantisce», osserva Codie Rossi. Lo stesso Rossi aggiunge che i mercati internazionali del carbonio hanno una storia di consegne insufficienti e che nessuno ha mai comprato crediti di qualità a questo volume. Non è solo un problema di quantità: è un problema di affidabilità della promessa.

Se i mercati non hanno mai consegnato a questo volume, chi ha già provato a comprare crediti veri? La Svizzera, con un esperimento che dura da oltre un decennio.

La Svizzera e i crediti veri: un decennio per un solo progetto

C’è un Paese che i crediti li ha già comprati davvero: la Svizzera. Dal 2013 gestisce un approvvigionamento centralizzato attraverso la Fondazione KliK, un soggetto privato autorizzato ad acquistare crediti per conto degli importatori di carburante. È il modello che qualcuno, a Bruxelles, vorrebbe replicare in versione europea. Ma i numeri raccontano un’altra storia.

Proprio nell’ambito di quel sistema, i crediti ITMO sono stati emessi per la prima volta per un progetto di protezione del clima finanziato dalla Fondazione KliK in Africa, conteggiabili verso l’obiettivo nazionale svizzero di protezione del clima. Prima volta. Un progetto. In più di dieci anni di meccanismo centralizzato. È il precedente concreto che l’Unione europea ha davanti quando promette di coprire fino al 5% del proprio target con crediti internazionali: la Svizzera ha prodotto ITMO per un singolo progetto, mentre l’UE ragiona su volumi che nessun mercato ha mai toccato.

Ma se la Svizzera in oltre un decennio ha prodotto ITMO per un solo progetto, il 5% europeo rischia di essere fantascienza. Allora l’Unione europea punta su un’altra carta: il nucleare polacco.

Il nucleare polacco: il piano B già in ritardo

L’alternativa per non dipendere dai crediti esteri dovrebbe arrivare, almeno in parte, dalla Polonia. Lo scorso giugno Clean Air Task Force ha accolto con favore l’obiettivo nucleare polacco di 6–9 GW e i progressi nella localizzazione degli impianti nelle regioni carbonifere. Sembra una buona notizia: il carbone che esce, l’atomo che entra. Ma lo stesso think tank aggiunge un avvertimento che suona più come un campanello d’allarme.

Le decisioni ritardate sulla seconda centrale, una politica sugli small modular reactor ancora poco chiara e i rischi legati al ritrattamento del combustibile potrebbero compromettere la consegna. In particolare, il ritrattamento del combustibile esaurito potrebbe condurre a una «economia del plutonio», un’eventualità che CATF segnala senza nascondere le implicazioni. In altre parole, il piano B polacco non è un percorso sgombro: è un cantiere con variabili in gran parte non risolte.

Incognite su seconda centrale, politica SMR e ritrattamento: se anche il piano B traballa, cosa resterà in mano ai cittadini e alle imprese europee?

L’obiettivo 2040 è scritto nero su bianco. Ma i suoi pilastri — i crediti internazionali comprati all’estero e il nucleare domestico — poggiano sulla sabbia. I mercati non hanno mai consegnato a questo volume; la Svizzera ha impiegato oltre dieci anni per un solo progetto; il nucleare polacco è già segnato da ritardi e rischi. Resta una domanda: se nessuno dei due regge, chi pagherà il conto?