Un saldo positivo tra alberi abbattuti e ripiantati che non garantisce la stessa ombra

428 alberi abbattuti, 506 ripiantati. A uno sguardo veloce il saldo è positivo, e trattandosi della costruzione di una linea tranviaria — la nuova infrastruttura per Rovezzano, a Firenze — l’operazione si presenta sotto le migliori intenzioni della mobilità sostenibile. Ma il bilancio cambia radicalmente se si guarda non al numero di esemplari ma alla chioma, cioè alla superficie d’ombra reale che quegli alberi sono in grado di proiettare al suolo e sugli edifici. Ed è qui che il progetto rivela un costo nascosto: per i prossimi 10-15 anni Firenze avrà meno protezione dal calore proprio nei luoghi serviti dal nuovo tram. Lo scorso settembre, il Corriere Fiorentino aveva già quantificato il sacrificio arboreo: 428 alberi tagliati lungo il tracciato per Rovezzano, a fronte di 506 nuove piante che però saranno esemplari giovani, con tronchi di appena dieci centimetri di diametro, chiome ridotte e una capacità di raffrescare l’aria drasticamente inferiore a quella degli alberi maturi rimossi. La costruzione delle nuove linee tramviarie fiorentine, come riportato la scorsa settimana da Vaielettrico, impone l’abbattimento di storici grandi alberi, accendendo un conflitto che non è solo fiorentino: è il sintomo di un punto cieco che riguarda tutte le città europee.

La soglia del 30% e il deficit delle città europee

Se a Firenze il problema è immediato e misurabile in anni di ombra persa, a livello continentale è strutturale e lo si può leggere in un dato: l’84% degli edifici in 25 città europee ha una copertura arborea inferiore alla soglia del 30% necessaria per ottenere un raffrescamento significativo. Lo ha stabilito uno studio della RMIT University pubblicato su Nature Communications nelle scorse settimane, che ha mappato la chioma urbana in relazione alla posizione effettiva degli edifici. Non si tratta di un indicatore astratto di verde per abitante, ma di prossimità reale: gli alberi raffreddano l’aria solo se la loro ombra arriva dove le persone vivono e lavorano. «Il raffrescamento degli alberi è altamente locale. Se la chioma non è vicina a dove la gente abita e lavora, è improbabile che la protegga dove sta effettivamente sperimentando il caldo», ha spiegato il dottor Thami Croeser, coautore dello studio. La collocazione strategica, peraltro, conta più della superficie verde totale: la ricerca evidenzia che il posizionamento mirato degli alberi è più efficace di un generico aumento del verde urbano, ma nella maggior parte delle città esaminate questa pianificazione è assente o insufficiente.

Roma è uno dei casi più critici: l’85% degli edifici è sotto la soglia del 30%. Significa che nella capitale la stragrande maggioranza delle abitazioni e degli uffici non riceve una protezione adeguata dalla copertura arborea durante le ondate di calore. Il dato romano non è isolato ma rappresentativo di una condizione diffusa: lo studio ha rilevato che la soglia di copertura non viene raggiunta nell’84% degli edifici del campione complessivo di 25 città. Sono cifre che ridimensionano la narrativa secondo cui basterebbe piantare più alberi per risolvere il problema delle isole di calore. Senza un criterio di prossimità, anche un saldo positivo tra abbattimenti e nuove piantumazioni — come nel caso fiorentino — può tradursi in un peggioramento netto della condizione termica reale, perché le giovani piante impiegheranno un decennio e mezzo prima di produrre un’ombra paragonabile a quella degli esemplari rimossi. Il deficit di raffrescamento, insomma, non è solo una questione di quantità, ma di tempo e di distanza.

L’albero del futuro (senza radici)

Se la natura non basta, la tecnologia prova a colmare il vuoto, ma lo fa con soluzioni che misurano da sé i propri limiti. A Roma, in Piazza dei Cinquecento, sorgerà un Albero Bioclimatico, una struttura che promette di generare un’oasi di fresco sfruttando esclusivamente il raffrescamento evaporativo passivo, senza consumare un watt di elettricità. È un’idea ingegnosa, che prova a rispondere all’emergenza delle isole di calore con un dispositivo artificiale capace di offrire sollievo immediato laddove un albero vero impiegherebbe anni a crescere. Ma una struttura metallica non produce l’ossigeno, la biodiversità, la ritenzione idrica e la qualità percettiva di un leccio o di un platano maturo. È un palliativo, non una sostituzione.

Sul fronte della pianificazione, un rapporto tecnico del Joint Research Centre europeo ha messo a punto un sistema di gestione del verde urbano basato su un software WebGIS Open Source. Lo strumento consente di censire, monitorare e programmare gli interventi sulla copertura arborea con un dettaglio che può arrivare al singolo albero. È un passo avanti rispetto alla gestione approssimativa che ha portato molte amministrazioni a piantare senza criterio o ad abbattere senza calcolare il deficit di chioma. Ma un software non pianta alberi, e la partita dell’ombra urbana si gioca nei prossimi mesi su dati concreti: il monitoraggio della crescita delle chiome, la sopravvivenza delle piantine messe a dimora, la pianificazione locale informata dagli studi sulla prossimità. Firenze e Roma sono i primi banchi di prova di questa tensione tra infrastrutture verdi e infrastrutture di trasporto. Da tenere d’occhio, in particolare, sarà quante delle 506 piantine fiorentine sopravvivranno e quanto tempo impiegheranno a restituire l’ombra che è stata tagliata.