La Francia rilancia il leasing sociale per l’elettrico mentre l’Italia resta ferma senza una strategia

Francia riapre, Italia chiude

Lo scorso 16 luglio la Francia ha rimesso in moto il leasing sociale per le auto elettriche. La misura, che consente a famiglie a basso reddito di accedere a un veicolo a batteria con rate mensili irrisorie, era stata rinnovata in sordina, quasi con imbarazzo, dopo un primo esperimento chiuso in tutta fretta per eccesso di domanda. E proprio mentre Parigi rilanciava — con la cautela di chi sa di aver acceso un fuoco difficile da controllare — in Italia restava solo l’eco di un commento anonimo. Un messaggio pubblicato il 9 luglio su Vaielettrico, che in poche righe sembrava aver già scritto il necrologio dell’industria automobilistica nazionale: «Tanto ancora due anni così e non ci sarà più alcuna casa automotive in Italia da difendere». Nove giorni separano la profezia dalla riapertura francese. Nove giorni in cui due Paesi vicini, legati da mercati e filiere comuni, hanno scelto direzioni opposte. Non è solo un paradosso: è il sintomo di un divorzio politico e industriale che viaggia ormai a velocità diverse.

Il programma d’oltralpe era stato accolto nel 2024 con un entusiasmo che aveva travolto qualunque previsione. Il governo francese aveva messo sul piatto un numero limitato di veicoli, pensando a un avvio graduale. Si era ritrovato, nel giro di sei settimane, con oltre 90.000 domande e una macchina amministrativa incapace di reggere l’urto: il leasing fu sospeso a febbraio 2024, lasciando intendere che sarebbe tornato quando le condizioni lo avessero permesso. A distanza di quasi due anni e mezzo, la riapertura del 16 luglio 2026 non è quindi una notizia qualunque. È la prova che la Francia considera la mobilità elettrica popolare un pilastro della propria politica sociale e industriale, e non un esperimento da rimandare a data da destinarsi. Eppure, il governo ha scelto di maneggiare la misura con estrema prudenza: nessun fanfara, nessun proclama. Solo un aggiornamento burocratico sul portale ufficiale dell’amministrazione francese, come se il vero obiettivo fosse far ripartire la macchina senza attirare troppa attenzione, nella speranza che questa volta la domanda non faccia saltare il banco.

L’onda francese e le cifre che Roma non guarda

Per capire il paradosso, basta guardare i numeri. Quando il programma era partito, alla fine del 2023, l’offerta era circoscritta a poche decine di migliaia di auto elettriche riservate a nuclei con reddito fiscale di riferimento molto basso, con rate a partire da 100 euro al mese per i modelli più compatti. L’idea era semplice: usare la leva pubblica per abbattere la barriera del costo iniziale, quella che da anni tiene lontana la domanda di massa dai concessionari, e contemporaneamente dare uno sbocco ai modelli prodotti in Europa. Secondo quanto riportato a febbraio 2024, il governo francese aveva incassato più di 90.000 richieste entro la fine di gennaio, un volume che superava di oltre il doppio la disponibilità di veicoli inizialmente prevista. Il programma venne sospeso dopo sole sei settimane, come ammesso dalle autorità, per un’impennata della domanda che aveva reso impossibile onorare gli ordini. Fu un successo travolgente che mise in luce, per contrasto, quanto fosse fragile l’impalcatura su cui poggiava l’intera operazione: pochi fondi, troppe richieste, e una filiera produttiva ancora incapace di garantire volumi sufficienti. Ma quella sospensione ebbe anche un effetto collaterale: dimostrò che la domanda esiste, e che quando il prezzo scende sotto una certa soglia psicologica, le persone sono pronte a passare all’elettrico.

Nel frattempo, in Italia il dibattito si è spento, non per mancanza di dati ma per mancanza di volontà politica. Il commento apparso su Vaielettrico non è soltanto una lamentela da forum. Contiene un passaggio rivelatore, quasi buttato lì, sul limite di emissioni per accedere ai contributi pubblici: al legislatore, scrive l’anonimo, sarebbe «scappato un 100 g/km di troppo per concedere i contributi». È la fotografia di un sistema di incentivi che, stando a quella critica, finisce per premiare anche vetture termiche o ibride con emissioni non proprio trascurabili, diluendo le risorse e mancando l’obiettivo dichiarato di spingere la transizione. Una scelta che in Francia sarebbe impensabile, almeno nella logica che ha governato il leasing sociale: là il perimetro era rigidamente elettrico, e il successo è arrivato proprio perché l’offerta era chiara e la promessa semplice. In Italia, invece, la sensazione è che si sia preferito distribuire un po’ di ossigeno a una filiera già in affanno, senza voler guardare troppo avanti. Il risultato, secondo il commentatore, è un percorso che porta dritto alla scomparsa delle case automobilistiche italiane. E non si tratta di una previsione complottista: è la stessa preoccupazione che circola tra i sindacati e gli analisti del settore quando si guarda ai volumi produttivi degli stabilimenti nazionali e alla quasi totale assenza di una strategia pubblica per accompagnare la riconversione della componentistica e della manodopera.

«Tra due anni non ci sarà più alcuna casa automobilistica da difendere»

Quel messaggio del 9 luglio diventa così più di una provocazione. È il ribaltamento della prospettiva con cui si guarda di solito al rapporto tra incentivi e industria: ci si preoccupa di difendere ciò che esiste, ma si finisce per non costruire nulla per il futuro. E quando il futuro arriva — sotto forma di una data, il 16 luglio 2026, in cui un vicino riapre un programma mirato e socialmente ambizioso — ci si accorge di essere rimasti fermi. Il commento anonimo non offre soluzioni, ma pone una domanda che le istituzioni italiane non sembrano in grado di affrontare pubblicamente: cosa succederà quando anche l’ultimo incentivo sarà un ricordo e la domanda di auto elettriche sarà ormai trainata altrove? Per i lavoratori della componentistica, per le imprese dell’indotto, per i territori che vivono di produzione automobilistica, la risposta potrebbe arrivare prima di quanto si creda. Forse, come ha scritto quell’utente senza volto, bastano altri due anni così.