Il centro nelle Everglades ha funzionato solo pochi mesi ma ha già lasciato danni ambientali e conti salati

Tre settimane fa, lo scorso 25 giugno, il centro di detenzione “Alligator Alcatraz” ha smesso di trattenere persone. Costruito in appena otto giorni nel cuore delle Everglades, nella riserva nazionale di Big Cypress, il campo era stato voluto dall’amministrazione Trump e dallo stato della Florida senza le valutazioni ambientali previste dalla legge federale. La chiusura è arrivata dopo un anno di battaglie giudiziarie e segna un punto, ma lascia aperti conti miliardari e danni ambientali ancora da riparare. Per chi paga le tasse, vale la pena chiedersi: quanto è costato tutto questo, cosa resta sul terreno e cosa impedisce che succeda di nuovo.

Quanto ci è costato, in numeri

Stando ai documenti della causa intentata da Earthjustice già nel giugno del 2025, l’amministrazione federale si era impegnata a finanziare il centro con 608 milioni di dollari di denaro pubblico. I costi operativi, una volta a regime, sarebbero ammontati – secondo le stime raccolte dal centro studi Florida Policy – a circa 450 milioni di dollari l’anno. Anche se il campo ha funzionato solo per alcuni mesi, la somma tra l’investimento iniziale e le spese di gestione già sostenute supera facilmente il miliardo di dollari. Un costo che, spalmato sui contribuenti federali e su quelli della Florida, equivale a grosso modo 50 dollari per ogni abitante dello Stato.

Ma i soldi sono solo una parte della storia. Il centro occupava circa 20 acri di nuova pavimentazione, con generatori diesel, luci potenti, rifiuti pericolosi e mezzi pesanti che hanno alterato un’area umida tra le più preziose degli Stati Uniti. La costruzione-lampo, completata in otto giorni nel giugno dell’anno scorso, ha scavalcato ogni verifica ambientale, innescando la reazione delle associazioni.

Quello che resta sul campo

Sebbene i detenuti siano stati trasferiti già da metà giugno, le strutture sono ancora lì. «Le luci sono ancora accese, le tende sono ancora montate», ha dichiarato Eve Samples, direttrice esecutiva di Friends of the Everglades, in un comunicato di Earthjustice. L’organizzazione, insieme alla tribù Miccosukee, chiede ora che si rimuovano tutti i manufatti e che venga condotta una valutazione trasparente dei danni ambientali subiti dalla zona. Betty Osceola, attivista della comunità Miccosukee, ha più volte ricordato come il campo abbia negato ai nativi l’accesso a terre sacre, aggravando ferite storiche già aperte.

La vicenda riporta alla mente una battaglia più vecchia. Negli anni Sessanta, il tentativo di costruire un enorme aeroporto commerciale nelle Everglades portò alla nascita, nel 1970, del National Environmental Policy Act (Nepa). Fu Marjory Stoneman Douglas, scrittrice e attivista che fondò proprio Friends of the Everglades, a combattere quella battaglia, facendo da apripista a una legge che da allora obbliga a valutare l’impatto ambientale di ogni grande progetto federale. Il centro di detenzione lampo ha mostrato cosa accade quando si ignora quella stessa legge, 56 anni dopo.

La lezione per il resto del Paese (e per chi paga le tasse)

Chi vive lontano dalla Florida potrebbe pensare che la vicenda resti confinata lì. Non è così. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha acquistato decine di magazzini industriali in tutto il Paese per trasformarli in centri di detenzione in grado di ospitare decine di migliaia di migranti, spesso senza le verifiche ambientali e di sicurezza richieste. Il caso Alligator Alcatraz, dicono gli ambientalisti, è diventato un precedente nazionale: se il governo può scavallare il Nepa in una riserva naturale come Big Cypress, può farlo ovunque, e questo rende la sentenza finale un segnale su quanto siano effettivamente protette le norme ambientali negli Stati Uniti.

Per i contribuenti, la domanda è concreta: oltre un miliardo di dollari di fondi pubblici già spesi per un esperimento fallito, più i costi futuri per la bonifica e la rimozione delle strutture. E, sullo sfondo, la certezza che una legge nata per evitare scempi ambientali può essere disattesa se non c’è chi la fa rispettare. Il processo va avanti, e la speranza di chi ha avviato la causa è che la prossima volta chi proverà a costruire in fretta senza valutazioni dovrà pagare il conto, non solo metaforicamente.