La domanda di elettricità dei data center negli Stati Uniti potrebbe quasi triplicare entro il 2028
Duecento miliardi di dollari. È quanto Amazon, Microsoft, Google e Meta hanno investito collettivamente nel 2024 in spese in conto capitale per costruire l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale. Una cifra che ha fatto registrare un balzo del 62% rispetto all’anno precedente, e che racconta meglio di qualsiasi discorso la corsa sfrenata verso il dominio dell’AI. Peccato che quel futuro, almeno per ora, funzioni a gas e carbone. E mentre i bilanci delle big tech si gonfiano, le reti elettriche americane cominciano a mostrare crepe sempre più profonde.
La corsa all’oro dell’AI
I numeri sono da capogiro. In dodici mesi, i quattro giganti della Silicon Valley hanno riversato sull’infrastruttura digitale più denaro di quanto molte nazioni spendano in un anno per la sanità o l’istruzione. Non si tratta di investimenti diluiti in ricerca e sviluppo a lungo termine: sono soldi bruciati in tempi rapidissimi per accaparrarsi chip, terreni, connessioni e, soprattutto, energia. Perché ogni query a un modello linguistico, ogni generazione di immagini, ogni addestramento di reti neurali richiede una potenza di calcolo che si traduce direttamente in megawattora.
La cifra record del 2024 non è un’anomalia, ma un punto di partenza. Le previsioni indicano che la spesa continuerà a crescere, alimentata dalla competizione tra Microsoft, Google, Amazon e Meta per conquistare il mercato dell’intelligenza artificiale generativa. Ma tutta questa potenza di calcolo ha un prezzo, e la rete elettrica americana sta cominciando a mostrare crepe profonde. La domanda di elettricità dei data center negli Stati Uniti era già di 176 terawattora nel 2023, circa il 4,4% del consumo totale del paese. Secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory, entro il 2028 questa cifra potrebbe quasi triplicare, raggiungendo una forbice compresa tra 325 e 580 terawattora, ovvero tra il 6,7 e il 12% dell’intera elettricità consumata negli USA.
Paradossi energetici: quando il cloud brucia carbone
Non è solo una questione di domanda crescente. È il paradosso di un’industria che riempie i propri report di sostenibilità con impegni net-zero e acquisto di crediti di carbonio, ma che nel frattempo sta facendo deragliare i piani di transizione energetica di interi stati americani. Lo scorso mese, un’inchiesta del Guardian ha documentato come le utility elettriche stiano correndo a costruire nuovi impianti a combustibili fossili per soddisfare la fame di energia dei data center. In Michigan e in altri stati, i centri di calcolo hanno di fatto fatto deragliare i piani di transizione verso le energie rinnovabili che le reti avevano faticosamente messo a punto.
Il meccanismo è semplice e spietato. Quando un’azienda tecnologica bussa alla porta di uno stato offrendo investimenti miliardari e promesse di occupazione, le autorità locali e i gestori di rete faticano a dire di no. Ma la potenza richiesta è tale che le fonti rinnovabili, da sole, non bastano a garantire la stabilità della fornitura. Così si rispolverano progetti di centrali a gas che erano stati accantonati, si allunga la vita operativa di impianti a carbone destinati alla chiusura, si rinvia l’adozione di standard più puliti. Il cloud, quella nuvola eterea e immateriale che promette di dematerializzare l’economia, si rivela avere radici ben piantate nel sottosuolo, da dove estrae metano e altri combustibili fossili.
E mentre il Lawrence Berkeley National Laboratory prevede che il consumo dei data center possa quasi triplicare entro il 2028, la domanda scomoda è: chi pagherà per tenere accese le luci del progresso? I conti li faranno le comunità locali, che si troveranno con centrali inquinanti nel proprio cortile; li farà il clima, con emissioni che nessun credito di carbonio potrà realmente compensare; li faranno i consumatori, che vedranno lievitare le bollette per finanziare l’espansione della rete. Il tutto mentre le stesse aziende che causano il problema continuano a pubblicizzare i propri impegni green con spot patinati.
I nodi della rete: blackout e nuovi impianti
La risposta, almeno per ora, sta arrivando dai territori. Già due anni fa, nel luglio 2024, un episodio nella Virginia settentrionale aveva fatto suonare un campanello d’allarme che molti hanno scelto di ignorare. Una fluttuazione di tensione nella regione — che da sola ospita la più alta concentrazione di data center del mondo — ha causato la disconnessione simultanea di ben 60 strutture, generando un surplus di potenza di 1.500 megawatt che ha costretto i gestori a manovre d’emergenza per evitare blackout a cascata. Un evento che ha mostrato quanto il sistema sia fragile e interconnesso, e quanto poco basti perché l’intero castello di carte vacilli.
La crescita dei data center è inarrestabile, trainata da una domanda di servizi digitali che non accenna a diminuire. Ma se continuerà a essere alimentata da fonti fossili, la transizione energetica rischia di diventare l’ennesima promessa non mantenuta. Anzi, peggio: rischia di trasformarsi in una copertura retorica per una nuova ondata di investimenti nel gas e nel carbone, con la benedizione involontaria di governi locali e federali. La domanda resta aperta: chi fermerà questa corsa prima che sia troppo tardi? E soprattutto, esiste qualcuno con l’autorità e la volontà politica per farlo?




