La forbice tra numero di iniziative e potenza installata evidenzia due modelli di sviluppo molto diversi
Già alla fine del 2025, secondo i dati del Gestore dei Servizi Energetici, in Italia risultavano attive 904 Comunità energetiche rinnovabili, con 1.429 impianti connessi, oltre 8.600 utenze coinvolte e quasi 95 megawatt di potenza installata. Un risultato che a prima vista sembra segnare un punto di svolta. Ma basta scorrere la geografia di questi numeri per accorgersi che la realtà è più disomogenea di quanto i totali lascino intendere. La Lombardia è in testa con 145 comunità, e il caso della provincia di Bergamo mostra un tessuto di 10 Cer e 15 gruppi di autoconsumo collettivo, distribuiti in 323 comuni e con oltre 1 megawatt complessivo. Ma a guardare la potenza installata, è il Piemonte a guidare: 25,6 megawatt su 124 comunità. Meno progetti, molta più energia. Il paradosso è servito.
Il paradosso delle Cer: più comunità non significa più potenza
La forbice tra numero di iniziative e capacità installata non è un dettaglio tecnico: è la spia di due modelli di sviluppo molto diversi. In Piemonte le comunità energetiche tendono a essere più strutturate, con impianti di taglia maggiore, spesso frutto di aggregazioni che coinvolgono soggetti industriali o enti locali capaci di mobilitare investimenti consistenti. In Lombardia, invece, il primato numerico racconta una diffusione più capillare ma anche più frammentata: tante comunità di piccole dimensioni, con pochi kilowatt ciascuna, spesso nate attorno a un singolo impianto fotovoltaico su un edificio pubblico. È il caso, per esempio, di molte delle realtà bergamasche, dove la potenza media per comunità resta contenuta.
Dalla direttiva RED II al Pnrr: la rincorsa normativa
Per capire le ragioni di questo sviluppo a macchia di leopardo bisogna tornare alla cornice normativa. La direttiva europea RED II del 2018 aveva disegnato il perimetro delle comunità energetiche già sei anni fa, ma in Italia il recepimento è stato lento e accidentato. Le Cer sono state introdotte con il decreto Milleproroghe del dicembre 2019, convertito in legge nel febbraio 2020, che all’articolo 42bis consentiva la realizzazione di comunità energetiche a patto di rispettare condizioni stringenti su potenza e prossimità. Poi un vuoto operativo di quasi quattro anni, colmato solo con l’entrata in vigore del decreto Cer il 24 gennaio 2024, dopo il via libera della Commissione europea. Il meccanismo degli incentivi, innestato sulle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha finalmente sbloccato i progetti. Ma è appunto di risorse straordinarie che si tratta: fondi pensati per dare un’accelerazione una tantum, non per sostenere il sistema a regime. L’ironia è che ci sono voluti sei anni di attesa normativa per arrivare a un boom condizionato da una scadenza.
Oltre i fondi una tantum: la stabilità come prossima frontiera
Lo scorso 16 ottobre, nell’ex Monastero di Astino a Bergamo, si è tenuta la Conferenza Europea sulle Comunità Energetiche Rinnovabili, promossa dalla Provincia di Bergamo insieme alla Fondazione Sinergia Cer. L’incontro ha riunito amministratori, tecnici e rappresentanti delle istituzioni attorno a un nodo che tutti riconoscono ma che ancora nessuno ha sciolto: come si passa dall’eccezionalità dei fondi Pnrr alla normalità di un modello energetico che si autosostiene? A Bergamo, Cer Sinergia è un esempio di ciò che funziona: oltre 130 soci fondatori pubblici e circa 500 soci partecipanti tra consumatori e produttori, un radicamento territoriale che altrove è difficile da replicare. Ma è la stessa solidità di questa esperienza a rendere evidente il problema: senza un tessuto istituzionale coeso e senza competenze tecniche diffuse, le comunità energetiche restano iniziative fragili.
Stefano Pizzuti, ricercatore dell’ENEA intervenuto nel dibattito pubblico di queste settimane, ha messo in guardia con parole nette: «Il Pnrr ha dato una forte accelerazione, ma è stata una misura eccezionale». E ha aggiunto: «Se si vuole consolidare davvero il modello delle comunità energetiche servono strumenti strutturali e non interventi temporanei». La questione non è accademica. I decreti attuativi attuali prevedono incentivi in conto esercizio per vent’anni, ma il quadro complessivo resta fragile perché vincolato a logiche di spesa che non sopravvivranno alla fase post-Pnrr senza un ripensamento profondo. Il rischio è che molte delle 904 comunità censite a fine 2025 esistano sulla carta più che nella realtà operativa, tenute in vita da un impianto che produce poco e da un apparato burocratico che consuma molto.
Se il 2025 ha segnato il decollo numerico delle Cer in Italia, il 2026 si presenta come l’anno della verifica: quante di queste comunità riusciranno a sopravvivere quando i fondi straordinari saranno esauriti? La risposta dipenderà dalla capacità di attrarre investimenti privati, aggregare utenze in modo economicamente sensato e produrre volumi di energia condivisa sufficienti a rendere il gioco vantaggioso per tutti i partecipanti. Il caso piemontese suggerisce che la taglia degli impianti conta, e molto. Quello lombardo dimostra che la diffusione capillare è indispensabile ma non basta. Manca un tassello: strumenti normativi stabili che diano orizzonti di medio-lungo periodo a chi progetta, installa e consuma.
Il dato da tenere d’occhio nei prossimi mesi non sarà il numero assoluto delle comunità, che pure continuerà a crescere per inerzia. Sarà piuttosto la potenza media installata, la quota di energia effettivamente condivisa sul totale prodotto e la capacità delle Cer di camminare con gambe proprie, al di là degli incentivi pubblici. La transizione energetica dal basso non si misura in adesioni, ma in megawatt.




