Il bando finanzia impianti collettivi con contributi da 100mila a 500mila euro

Cinquecentomila euro a progetto, con una spesa minima di centomila. Il bando per le Comunità Energetiche Rinnovabili nella provincia di Taranto, aperto dalla Regione Puglia il 26 giugno scorso, non è un semplice avviso: è il tentativo di innestare una logica energetica distribuita in un territorio segnato dalla monocultura dell’acciaio, dove l’energia è stata per decenni questione di ciminiere, non di tetti.

Come funziona il bando

La dotazione complessiva, si legge nell’avviso pubblicato dalla Regione Puglia, è di 7.910.000 euro. L’atto è stato approvato con Determinazione della Sezione Transizione Energetica n. 125 dello scorso 25 maggio, e le candidature resteranno aperte fino al 30 novembre 2026. Il costo complessivo di ciascuna proposta progettuale non può scendere sotto i 100.000 euro, pena l’inammissibilità, mentre il contributo massimo concedibile è fissato a 500.000 euro a copertura delle spese ammissibili. Tradotto in pratica: il bando finanzia impianti a servizio di configurazioni collettive — non singole utenze — e lo fa con una taglia che impone una progettazione seria, escludendo interventi simbolici o puramente dimostrativi.

Perché Taranto non è solo acciaio

Dietro queste cifre c’è una geografia umana e industriale che non si lascia aggirare. La Commissione Europea ha identificato la provincia di Taranto — 29 comuni, assieme al Sulcis Iglesiente in Sardegna — come una delle aree più colpite dalla transizione in ogni Stato membro. È un riconoscimento che porta con sé l’accesso al Just Transition Fund, il fondo europeo pensato per accompagnare i territori fuori dalla dipendenza dalle industrie pesanti. Ma qui scatta il paradosso: come riporta Social Europe, il Just Transition Fund non può finanziare direttamente la trasformazione di un’acciaieria né sostenere la chiusura di grandi impianti inquinanti. In altre parole, lo strumento pensato per gestire l’eredità dell’ILVA non può toccare l’ILVA stessa.

E di eredità si tratta, perché l’ex ILVA — oggi Acciaierie d’Italia — ha plasmato per generazioni l’identità produttiva e sociale del territorio. Negli anni Settanta l’impianto dava lavoro diretto a oltre 20.000 persone, secondo quanto documentato da ricerche accademiche sull’impatto sociale del sito. Un’occupazione massiccia che ha compresso ogni alternativa produttiva, creando un tessuto dove l’energia era solo quella che serviva a fondere il minerale. Oggi, in piena fase di decarbonizzazione forzata, quel monolito si è incrinato, ma il vuoto progettuale resta. Ed è esattamente lì che il bando prova a inserirsi: non con la promessa di sostituire il PIL dell’acciaio, ma con la scommessa che l’autoproduzione e la condivisione dell’energia possano diventare infrastruttura sociale prima ancora che tecnica.

Il divario da colmare

Basta guardare i numeri nazionali per capire che la sfida tarantina parte da lontano. A dicembre 2025 Legambiente censiva in Italia 597 Comunità Energetiche Rinnovabili attive, per 67.695 kW complessivi. La distribuzione geografica, rilevata da Rivista Energia a giugno 2025, non lascia spazio a dubbi: Lombardia, Piemonte e Sicilia guidano la classifica con 88, 75 e 73 CER rispettivamente. La Puglia, in quel conteggio, non compariva tra le prime posizioni. E Taranto, nello specifico, scontava l’assenza quasi totale di configurazioni operative su scala significativa.

Il bando, quindi, non è una soluzione ma un test di maturità progettuale. Mette sul tavolo risorse reali — 7,9 milioni non sono un simbolo — ma le subordina a requisiti di spesa minima che escludono l’improvvisazione. Per chi installa o gestisce impianti in quell’area, la partita si gioca sulla capacità di aggregare soggetti diversi — famiglie, piccole imprese, enti locali — in configurazioni che abbiano senso tecnico prima ancora che finanziario. In una provincia dove l’energia è stata per decenni un affare da altoforno, costruire comunità intorno ai kilowattora condivisi è un esercizio che non si improvvisa. Il bando è aperto fino al 30 novembre: cinque mesi per dimostrare che a Taranto l’energia può cambiare pelle.