Il rapporto del Joint Research Centre individua le condizioni trasversali per rafforzare la competitività a lungo termine

Marco ha un’azienda di installazione fotovoltaica in provincia di Treviso. Fino a due anni fa montava quasi esclusivamente moduli prodotti in Europa. Oggi il suo magazzino è pieno di pannelli cinesi. «I clienti guardano il prezzo, e la differenza è diventata troppo grande per essere ignorata», racconta. «Non è che i prodotti europei siano spariti, ma quando un impianto da 6 kW costa duemila euro in meno con moduli cinesi, provare a spiegare le differenze diventa una battaglia persa». La situazione di Marco non è un caso isolato: la sovraccapacità produttiva cinese di prodotti clean tech — dai veicoli elettrici ai pannelli solari — sta mettendo sotto pressione i produttori europei, e le barriere commerciali statunitensi stanno deviando le esportazioni cinesi a basso costo proprio verso l’Europa, amplificando il fenomeno. Ma il problema non è solo commerciale: un nuovo rapporto del Joint Research Centre della Commissione europea, presentato il 16 giugno scorso, indica che la competitività verde europea richiede molto più che dazi o sussidi.

Cosa serve davvero per la competitività verde

Il rapporto del JRC offre una panoramica completa della transizione pulita come percorso verso la competitività, ma la sua vera forza è l’identificazione di ciò che manca. Non si limita a fotografare lo stato dell’arte: esamina le implicazioni delle vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali e della dipendenza da materie prime critiche da paesi terzi, evidenziando le pressioni geopolitiche sull’autonomia strategica dell’Unione. Il documento individua una serie di fattori abilitanti basati su evidenze per rafforzare la competitività a lungo termine, condizioni trasversali senza le quali qualsiasi politica industriale rischia di restare sulla carta.

Tra queste condizioni ci sono la mobilitazione di investimenti privati e pubblici, il rafforzamento degli ecosistemi di ricerca e innovazione, lo sviluppo di istruzione e competenze, il miglioramento dei sistemi di monitoraggio e dati, una maggiore coerenza politica tra settori e livelli di governo, l’adattamento climatico e la resilienza, un’economia rigenerativa e l’avanzamento di una transizione pulita equa e inclusiva. In altre parole: non bastano fabbriche e tecnologia. Servono persone capaci di farle funzionare, capitali disposti a investire, regole che non cambino ogni sei mesi. Il richiamo, implicito ma chiarissimo, è a quanto già scritto nel rapporto Draghi del settembre 2024, che aveva già messo in guardia sul declino competitivo europeo, e al Clean Industrial Deal lanciato a febbraio 2025, il tentativo della Commissione di tradurre quelle analisi in strumenti operativi.

Il punto è che la pressione competitiva cinese non si affronta solo con misure difensive. La sovraccapacità produttiva di Pechino è un fatto strutturale: riguarda i pannelli solari come le batterie, le turbine eoliche come gli elettrolizzatori. Le barriere doganali americane hanno solo accelerato un flusso che sarebbe comunque arrivato. Se l’Europa non costruisce le condizioni per competere su innovazione, qualità e integrazione di sistema, il differenziale di prezzo continuerà a dettare le scelte di installatori e clienti finali, esattamente come sta succedendo a Marco. E i dati del JRC sono chiari: senza investimenti coordinati in ricerca e competenze, il gap non si colma.

Cosa conviene fare a famiglie e imprese

Dalle analisi emerge che la competitività verde non è solo un affare per Bruxelles, ma richiede scelte quotidiane da parte di tutti. Per un’impresa italiana che installa impianti, il rapporto suggerisce che puntare esclusivamente sul prezzo più basso è una strategia fragile: oggi conviene, ma domani la qualità dell’assistenza post-vendita o la disponibilità di ricambi può diventare un problema se il fornitore è a migliaia di chilometri e opera in un quadro normativo che l’Europa non controlla. Per le famiglie, vale lo stesso principio: un impianto fotovoltaico non è un elettrodomestico usa e getta, e un risparmio iniziale di qualche migliaio di euro può trasformarsi in un costo maggiore se il prodotto dura meno o rende peggio. La vera convenienza si valuta su quindici o vent’anni, non sul preventivo iniziale.

La transizione pulita non è solo una questione di Bruxelles: ogni azienda deve guardare alle filiere, alle competenze e agli investimenti, prima che la finestra per agire si chiuda. Non si tratta di scegliere tra prodotti europei e cinesi per bandiera, ma di capire che il prezzo più basso oggi può nascondere costi nascosti domani — e che senza una strategia industriale vera, fatta di formazione, ricerca e regole stabili, il mercato deciderà sempre in base al portafoglio immediato. E a quel punto, le fabbriche europee chiuderanno non perché attaccate, ma perché nessuno ha costruito le condizioni per farle sopravvivere.