Il paradosso europeo: primi nei brevetti, ultimi nella catena del valore della biomanifattura

Prima c’erano i pannelli fotovoltaici. A metà degli anni Duemila, la Germania dominava le classifiche di efficienza: celle policristalline prodotte in Sassonia, inverter progettati in Baviera, una filiera che sembrava inattaccabile. Poi la produzione si è spostata in Asia, e con la produzione sono andati i profitti, la capacità di fare politica industriale e, in buona misura, la sovranità tecnologica. Oggi lo stesso schema rischia di ripetersi in un settore che pochi vedono ma che vale decine di miliardi: la biomanifattura, cioè la produzione di molecole complesse tramite fermentazione di precisione e ingegneria enzimatica. Secondo l’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations nei giorni scorsi, l’Europa è leader nei brevetti e nelle tecnologie core, ma senza un’azione industriale mirata rischia di cedere profitti e leva geopolitica alla Cina, replicando il tracollo del solare, delle batterie e dei veicoli elettrici.

Il paradosso europeo: primi nei brevetti, ultimi nella catena del valore?

I numeri sulla proprietà intellettuale raccontano una storia chiara. L’Europa resta un concorrente formidabile nella biomanifattura, con una leadership consolidata nei brevetti e nelle tecnologie di base: fermentazione di precisione, ingegneria enzimatica, ottimizzazione dei ceppi microbici. L’analisi dell’ECFR lo riconosce senza ambiguità, ma aggiunge un corollario scomodo: la leadership nei brevetti non si traduce automaticamente in leadership industriale. È una lezione che abbiamo già imparato, pagandola con la chiusura di decine di fabbriche tedesche di moduli fotovoltaici tra il 2011 e il 2017, mentre la Cina scalava la catena del valore partendo proprio dalla manifattura.

Il paradosso è tutto qui: possedere le tecnologie fondamentali non basta se poi la produzione su larga scala, quella che genera margini e posti di lavoro qualificati, viene fatta altrove. Nella biomanifattura il rischio è persino più acuto che nel solare, perché stiamo parlando di processi industriali dove il know-how si accumula nei reparti produttivi — nei cicli di fermentazione, nella gestione dei lotti, nell’integrazione tra upstream e downstream — e chi produce impara più in fretta di chi brevetta.

La Cina avanza: un piano quinquennale e miliardi per il bio-sorpasso

La risposta cinese è stata rapida, sistematica e ricorda molto da vicino la scalata nell’energia pulita. Nel 2022 Pechino ha emesso il suo primo piano quinquennale specificamente dedicato alla bioeconomia, con obiettivi trasversali che coprono biofarmaceutica, bio-agricoltura, biomanifattura e biosicurezza. Non si tratta di un documento di indirizzo generico: è un piano con scadenze, metriche e — aspetto decisivo — finanziamenti dedicati. Nel solo 2023, secondo i dati raccolti dal think tank MERICS, la Cina ha investito almeno 20 miliardi di CNY in ricerca biotecnologica, equivalenti a circa 2,6 miliardi di euro. Sono risorse pubbliche, costanti e prevedibili, esattamente il tipo di segnale che permette a un ecosistema industriale di fare investimenti di lungo periodo senza paura di vuoti normativi o stop-and-go politici.

I risultati si vedono già. Misurata su pubblicazioni scientifiche di primo livello e brevetti depositati tramite il Patent Cooperation Treaty, la capacità di innovazione cinese ha superato l’Europa nella maggior parte delle aree biotecnologiche. In alcuni segmenti ha superato anche gli Stati Uniti. È un sorpasso che solo dieci anni fa sarebbe sembrato improbabile, ma che segue una traiettoria ormai nota: prima il catch-up tecnologico, poi la scalata industriale, infine il dominio di mercato. Se applichiamo questo schema alla biomanifattura, il momento in cui la Cina inizierà a contenderci la produzione su scala commerciale non è una questione di “se”, ma di “quando”.

Il punto non è se la Cina sappia innovare — i dati dicono che sa farlo, e bene. Il punto è che sta costruendo simultaneamente capacità di ricerca e capacità produttiva, accorciando il ciclo che va dal brevetto all’impianto. In Europa, invece, quel ciclo tende a spezzarsi: il brevetto nasce qui, ma il primo scale-up industriale avviene altrove, spesso proprio in Cina, dove i costi di costruzione e gestione degli impianti di fermentazione sono più bassi e i tempi autorizzativi più brevi.

La contromossa europea: cosa cambierà con l’European Biotech Act

La Commissione europea ha risposto con un atto legislativo ad hoc. Lo scorso 16 dicembre 2025 ha proposto l’European Biotech Act, un pacchetto di misure pensato per rafforzare la competitività del settore biotech e biomanifatturiero dell’Unione. L’impianto della proposta punta su tre leve: semplificare i processi normativi, promuovere l’innovazione e incentivare la biomanifattura con nuovi strumenti di sostegno. Sulla carta, è esattamente ciò che serve per accorciare la distanza tra il laboratorio e l’impianto, riducendo i colli di bottiglia regolatori che oggi rallentano l’autorizzazione di nuovi processi produttivi e l’immissione in commercio di prodotti biobased.

Ma il nodo è l’attuazione. Per chi progetta, costruisce e gestisce impianti di biomanifattura — ingegneri di processo, tecnologi della fermentazione, responsabili di stabilimento — la differenza tra un atto legislativo ben scritto e uno che incide davvero sui tempi e sui costi si misura in mesi di permitting, in procedure di qualifica degli impianti, in incentivi che devono essere accessibili non solo alle grandi aziende farmaceutiche ma anche alle medie imprese che stanno portando la bioproduzione nell’alimentare, nei materiali, nella chimica fine.

Senza una politica industriale che traduca i brevetti in impianti, l’Europa rischia di restare un laboratorio per innovazioni altrui. La biomanifattura non è un settore dove si vince con la sola eccellenza scientifica: si vince con la capacità di costruire, gestire e scalare processi produttivi complessi, quelli dove il valore aggiunto si accumula in fabbrica, lotto dopo lotto. Il precedente del fotovoltaico tedesco — celle da record mondiale prodotte a Freiberg, poi fabbriche chiuse e mercato dominato da concorrenti asiatici — è lì a ricordarcelo. Questa volta il margine per sbagliare è più stretto, perché la partita si gioca su una frontiera tecnologica dove l’Europa ha ancora qualcosa da perdere.