Il vuoto normativo riguarda soprattutto i modelli ad aria traspirata, non coperti dagli standard attuali
Nel 2024 il mercato globale dei collettori ibridi fotovoltaici-termici ha raggiunto un valore di 2,2 miliardi di dollari, con una crescita annua stimata del 5,1% da qui al 2034. Sono macchine che producono insieme elettricità e calore, e in alcune configurazioni possono generare fino a 25 kilowatt di potenza elettrica e 75 kilowatt di calore per la ventilazione, come nel caso dell’impianto da 288 metri quadrati installato presso il centro di ricerca sull’edilizia a energia zero della Concordia University in Canada. Eppure, come documentato nei giorni scorsi, sotto i riflettori della certificazione una famiglia di questi sistemi resta ancora in ombra: i collettori ad aria traspirata non sono pienamente coperti né dalla norma europea EN ISO 9806 né dallo standard statunitense ICC 901/SRCC 100.
Un mercato miliardario con un buco normativo
Il dato sui 2,2 miliardi di dollari, fornito dalla società di analisi Global Market Insights, fotografa un comparto in espansione costante ma ancora lontano dai grandi numeri del fotovoltaico tradizionale. La crescita attesa – un tasso composto del 5,1% su dieci anni – è solida ma non esplosiva: in termini assoluti significa passare da poco più di due miliardi a circa tre miliardi e mezzo, se le stime tengono. Il punto è che questa traiettoria si regge anche sulla capacità del settore di offrire prodotti certificati, comparabili e bancabili. Ed è proprio qui che si apre una crepa.
Lo standard di riferimento per i test sui collettori solari, la EN ISO 9806, è stato sviluppato tra il 2009 e il 2015 dall’IEA SHC Task 43 e approvato da ISO e CEN già nel 2013. Da allora è diventato lo strumento principale per valutare le prestazioni dei collettori e assegnare le certificazioni di prodotto. Ma i collettori PVT nella loro interezza – quelli che combinano modulo fotovoltaico e assorbitore termico – non sono ancora entrati nel perimetro della norma, come segnalato dagli osservatori del settore. Il vuoto è ancora più marcato per i collettori ad aria traspirata, una tecnologia che cattura il calore dall’aria che attraversa una superficie assorbente microforata: i protocolli attuali, pensati per sistemi a liquido o ad aria chiusa, non sono in grado di caratterizzarli in modo affidabile. Ma cosa manca esattamente in quei protocolli? E perché i test concepiti finora non bastano?
Test stazionari o dinamici? La partita si gioca nel vento
La risposta arriva dai laboratori di ricerca dell’IEA SHC Task 73, il gruppo di lavoro internazionale che sta provando ad adattare il metodo di prova dinamico ISO ai collettori ad aria traspirata. L’approccio tradizionale, quello stazionario, misura le prestazioni in condizioni di laboratorio controllate: temperatura costante, irraggiamento stabile, nessuna variazione ambientale. Funziona bene per i pannelli piani e per i tubi sottovuoto, molto meno per un collettore che lavora con l’aria in movimento e con il vento come variabile operativa reale. «I nostri test iniziali indicano che il metodo dinamico è fattibile e superiore agli attuali metodi a regime stazionario per identificare parametri chiave e prestazioni specifiche del prodotto», ha spiegato Stephen Harrison della Queen’s University, uno dei coordinatori della ricerca nell’ambito del Task 73.
La differenza non è solo accademica. Un test dinamico non richiede di aspettare che tutte le variabili si stabilizzino: misura le prestazioni mentre le condizioni cambiano, esattamente come accade su una facciata ventilata esposta al vento o su un tetto industriale con variazioni di carico termico. Questo significa che le prove potrebbero essere condotte anche sul campo, in configurazioni reali, e non soltanto in camera climatica. L’approccio dinamico, come emerso dall’analisi pubblicata di recente, potrebbe rendere meno costose le prove rispetto ai test stazionari e permettere valutazioni direttamente in situ, abbattendo una delle barriere che oggi frenano la diffusione di questi sistemi: il costo e la complessità della certificazione.
Il punto è che senza test standardizzati non esistono rating di prodotto confrontabili, e senza rating non c’è trasparenza per chi compra – che si tratti di una pubblica amministrazione, di un’azienda o di un progettista. I due miliardi e passa del mercato PVT includono prodotti molto diversi tra loro: collettori piani coperti, tubi evacuati, sistemi ad aria, ibridi a concentrazione. Ognuno ha bisogno di un metro di valutazione tarato sulla propria fisica. Se il metodo dinamico si dimostrerà affidabile e meno costoso, quali aziende sono pronte a giocarsi la carta della certificazione?
Chi arriva primo al traguardo
Mentre i tecnici mettono a punto il metodo, alcune imprese non stanno a guardare. Lo scorso novembre il VirtuPVT è diventato il primo collettore solare ibrido evacuato a ottenere la certificazione, segnando un precedente in un segmento dove le omologazioni sono ancora rare. In Europa, l’Austria partecipa al Task 73 con un consorzio che mette insieme industria e ricerca: GREENoneTEC, 3F Solar e Gasokol lavorano fianco a fianco con AEE INTEC e l’Università di Scienze Applicate dell’Alta Austria. Non è un dettaglio marginale: la presenza di produttori dentro il processo di definizione dei protocolli significa che la futura norma dinamica nascerà già tarata sulle esigenze di chi quei collettori li costruisce e li vende.
Il prossimo numero da osservare non è soltanto il tasso di crescita del mercato – quel 5,1% annuo che, se confermato, porterà il comparto oltre i tre miliardi entro il 2034 – ma quante certificazioni per collettori ad aria traspirata vedremo ottenere il via libera una volta che il metodo dinamico sarà formalizzato. Lo scorso dicembre la newsletter dell’IEA SHC dedicava un approfondimento al tema «Transpired Solar Air», segno che l’attenzione della comunità tecnica internazionale si sta concentrando proprio su questa tecnologia. La certificazione dinamica potrebbe diventare il nuovo standard di riferimento. E chi non partecipa al processo rischia di restare fuori da un mercato che, per quanto di nicchia, viaggia con una crescita a due cifre in termini di interesse e di investimenti in ricerca e sviluppo.




