Il clinker è il principale responsabile, ma esistono già alternative per ridurre le emissioni

Ogni volta che passi davanti a un cantiere, apri un preventivo per una ristrutturazione o semplicemente ti appoggi al muro di casa, il cemento è lì. Non ci fai quasi più caso, eppure quel materiale grigio contribuisce in modo massiccio alla crisi climatica. Il problema è che il cemento Portland – quello che usiamo da un secolo e mezzo per ponti, dighe e solai – libera da solo il 7,5% di tutta la CO₂ di origine umana, il triplo del traffico aereo mondiale. Nei giorni scorsi, un’analisi di CleanTechnica ha messo in fila numeri e leve tecniche con una premessa netta: il settore non verrà decarbonizzato da un “cemento magico”, ma da un insieme di scelte già in parte disponibili.

Il peso invisibile del cemento

Dietro quei numeri c’è una realtà che tocca i bilanci familiari, le decisioni delle imprese e la velocità con cui l’Italia dovrà adeguarsi. A rendere il cemento tanto inquinante è soprattutto il clinker, il componente che si ottiene cuocendo calcare e argille a circa 1.450 gradi: la sola reazione chimica sprigiona grandi quantità di CO₂, senza contare i combustibili fossili usati per i forni. Ecco perché, stando agli esperti, è proprio il clinker il vero bersaglio se si vuole abbattere l’impronta del settore.

L’industria non è rimasta ferma. La Global Cement and Concrete Association ricorda che negli ultimi tre decenni l’intensità carbonica del cemento si è già ridotta del 20 per cento. Ma dal 2018 in poi la curva si è appiattita. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’intensità delle emissioni è rimasta stabile poco sotto 0,6 tonnellate di CO₂ per tonnellata di cemento prodotto. Non stiamo peggiorando, ma non stiamo neppure migliorando abbastanza: per restare agganciati allo scenario Net Zero (NZE) e contenere il riscaldamento globale, bisognerebbe tagliare le emissioni in media del 3 per cento ogni anno fino al 2030. Un passo che, al ritmo attuale, non stiamo tenendo. Alla domanda “si può davvero cambiare marcia?” la risposta è sì, ma senza pensare che un’unica invenzione risolva tutto.

Nessuna bacchetta magica: le quattro leve

La decarbonizzazione del calcestruzzo somiglia più a un restauro paziente che a un’illuminazione improvvisa. Ci sono quattro leve da muovere insieme, e nessuna basta da sola. La prima è la più diretta: usare meno clinker in ogni tonnellata di cemento, sostituendolo con materiali che hanno un’impronta carbonica minore. La disponibilità di ceneri volanti, uno dei sostituti più diffusi, sta però calando con la progressiva chiusura delle centrali a carbone. È un promemoria di come la transizione non sia una partita a compartimenti stagni: chiudere una fonte fossile porta benefici enormi, ma riduce anche un sottoprodotto che l’edilizia aveva imparato a riciclare. Servono quindi nuove alternative che non dipendano dal carbone.

La seconda leva è consumare meno calcestruzzo in partenza, laddove possibile. Il legno massiccio (mass timber) sta dimostrando di poter sostituire il cemento in molti edifici, ma non può essere la risposta per opere idrauliche, gallerie o fondazioni speciali. È una fetta importante, non la torta intera. La terza leva è l’efficienza: produrre lo stesso volume con meno sprechi, impastare meglio, progettare strutture che impieghino la quantità giusta di materiale – meno materia prima, meno emissioni.

Infine c’è la cattura della CO₂, che l’analisi definisce l’ultima leva, non la prima. È la mossa più costosa e tecnologicamente complessa, da attivare dopo aver già raschiato il barile con le altre tre. Alcune aziende stanno mostrando che si può fare molto anche prima di arrivare ai fumi del camino. Brimstone, per esempio, ha brevettato un processo chimico innovativo che produce cemento Portland conforme allo standard ASTM C150, ma con emissioni drasticamente ridotte. CarbonCure lavora direttamente dentro gli impianti di betonaggio esistenti: la sua tecnologia CarbonCure inietta CO₂ catturata nell’impasto durante la miscelazione, trasformandola in modo permanente in un minerale. È una soluzione retrofit che non richiede di buttare via nulla, solo di aggiungere un tassello agli impianti già operativi. Da queste esperienze si capisce che il cemento “pulito” non è fantascienza, ma una combinazione di processi che vanno scelti caso per caso.

Cosa possiamo fare oggi

Arrivati qui, il dubbio del lettore è legittimo: belle soluzioni, ma quando le porti nel tuo cantiere o nel tuo capitolato, cosa cambia? La risposta è meno astratta di quel che sembra. Oggi chi progetta una casa in legno massiccio può già ridurre la domanda di cemento, con vantaggi anche sul peso strutturale e sui tempi di posa. Quando si sceglie un fornitore di calcestruzzo, si può chiedere se l’impianto usa tecnologie di iniezione di CO₂ come CarbonCure o se ha una dichiarazione ambientale di prodotto (EPD) aggiornata. Non tutti i produttori le hanno, ma chi le adotta comincia a usarle come leva commerciale: per un’impresa che deve rendicontare i propri criteri ESG o partecipare a un appalto con requisiti ambientali stringenti, quella trasparenza conta.

Va detto con onestà: non esiste il cemento magico da comprare domani mattina e azzerare l’impronta. I cementi con meno clinker sono già sul mercato, ma la loro diffusione dipende dalle normative locali e dalla disponibilità di materie prime alternative. La cattura della CO₂ su larga scala resta cara e richiederà politiche pubbliche stabili – incentivi, carbon pricing, appalti pubblici verdi – per diventare la norma anziché l’eccezione. La buona notizia è che i pezzi del puzzle sono già sul tavolo.

La decarbonizzazione del cemento non sarà una rivoluzione improvvisa, ma una somma di scelte. La prossima volta che progetti una costruzione o una ristrutturazione, chiedi trasparenza sull’impronta carbonica dei materiali. Non esiste ancora il cemento magico, ma esistono già alternative e tecnologie che, insieme, possono fare la differenza.