Lo studio ICRIER mostra una contrazione del 24% per l’export indiano di acciaio verso l’Ue
Per un taglio delle emissioni globali di anidride carbonica pari all’1%, l’Unione europea è disposta a veder calare di quasi un quarto le importazioni di acciaio indiano. Il conto arriva da uno studio dell’ICRIER pubblicato il 27 giugno: con l’entrata a regime del Carbon Border Adjustment Mechanism — il dazio climatico europeo — le esportazioni indiane di acciaio verso i Ventisette potrebbero contrarsi del 24 per cento. In cambio, le emissioni dell’intera industria siderurgica mondiale scenderebbero di un punto percentuale. Un affare, per chi?
Da gennaio 2026 l’Unione europea ha iniziato formalmente a riscuotere i dazi basati sul contenuto di carbonio dichiarato delle merci in ingresso nel blocco. Non si tratta più di un’ipotesi normativa né di una sperimentazione: il CBAM è legge, è operativo, e sta già ridisegnando le rotte del commercio globale. Ma i numeri che emergono dalle prime simulazioni — quelle che non si fermano agli annunci politici e guardano all’attuazione reale — raccontano una storia diversa da quella che Bruxelles ha sempre rivendicato.
Un prezzo sul carbonio, ma per chi?
Il Carbon Border Adjustment Mechanism è stato costruito con un’architettura in due tempi. Una fase transitoria, dal 2023 al 2025, durante la quale gli importatori dovevano semplicemente comunicare le emissioni incorporate nei prodotti. Poi, dal primo gennaio 2026, il regime definitivo: dazi calcolati sul contenuto di carbonio, pagati alla frontiera, settore per settore. Cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno: sono questi, stando a quanto stabilito dalla Commissione europea, i comparti a più alto rischio di delocalizzazione delle emissioni — il cosiddetto carbon leakage.
L’impianto è noto, il principio dichiarato anche: chi produce acciaio in India con un’intensità di carbonio più alta di quella consentita nel sistema ETS europeo paga la differenza. Così, almeno in teoria, si evita che le industrie europee vengano penalizzate due volte — dai costi della transizione interna e dalla concorrenza di chi inquina di più. Peccato che, applicato alla realtà dei flussi commerciali, questo meccanismo produca effetti tutt’altro che simmetrici. Il dazio è uguale per tutti sulla carta, ma il suo impatto reale cambia radicalmente a seconda di chi lo subisce. E qui il paradosso si fa evidente: se l’obiettivo è il clima, perché il colpo si concentra in modo così sproporzionato su un solo paese?
L’India paga il conto più salato
La risposta è nei numeri dello studio ICRIER. L’India è un esportatore netto di acciaio verso l’Unione europea, e la sua industria siderurgica ha un’impronta carbonica significativamente più elevata di quella europea. Risultato: con il CBAM a pieno regime, la caduta prevista per l’export indiano di acciaio diretto in UE raggiunge il 24 per cento. Su scala globale, le esportazioni indiane complessive di ferro e acciaio — non solo verso l’Europa, ma verso tutti i mercati — subirebbero una contrazione del 5,7 per cento. L’effetto sul prodotto interno lordo sarebbe più contenuto ma non irrilevante: un calo dello 0,04 per cento, che per un’economia delle dimensioni dell’India significa comunque miliardi di dollari di valore perduto.
A rendere la ferita ancora più difficile da giustificare in chiave climatica è il confronto con la Cina. Pechino, che è il primo esportatore mondiale di acciaio, vedrebbe le proprie esportazioni complessive calare solo dell’1,2 per cento a causa del CBAM. Meno di un quarto dell’impatto indiano. La ragione è in parte tecnica — l’acciaio cinese ha un’intensità carbonica media inferiore a quella indiana — ma l’esito pratico è una redistribuzione selettiva del danno commerciale. Il meccanismo pensato per correggere una distorsione ambientale ne crea una nuova, questa volta sul piano dell’equità tra paesi esportatori. Trasformando di fatto il CBAM da politica climatica a questione di giustizia commerciale.
E non è un dettaglio. Perché mentre l’acciaio indiano arretra sui mercati europei, lo spazio lasciato libero viene occupato da produttori con costi del carbonio più bassi — o semplicemente da chi può assorbire il dazio senza perdere quote. Il carbon leakage che Bruxelles dice di voler combattere rischia così di spostarsi geograficamente senza ridursi davvero: si delocalizzano le esportazioni, non le emissioni.
Un taglio dell’1%: ne valeva la pena?
Poi ci sono i numeri che riguardano il clima, l’unica metrica su cui il CBAM dovrebbe essere giudicato. E sono numeri che lasciano poco spazio alle interpretazioni: secondo le proiezioni dell’ICRIER, l’intero apparato del dazio climatico europeo porterà a una riduzione delle emissioni aggregate dell’industria siderurgica globale pari all’1 per cento. Un punto percentuale. Non un punto all’anno: un punto in totale, una volta raggiunto il regime definitivo. La sproporzione tra il costo commerciale imposto all’India e il beneficio ambientale ottenuto dal pianeta è tale da rendere legittima una domanda scomoda: il CBAM serve davvero a ridurre le emissioni, oppure la riduzione delle emissioni è il pretesto per un’operazione di protezione commerciale su scala continentale?
La Commissione europea ha sempre respinto questa lettura, presentando il meccanismo come uno strumento di parità competitiva e di incentivo alla decarbonizzazione globale. Ma quando il prezzo da pagare ricade quasi per intero su un paese in via di sviluppo — con un impatto cinque volte superiore a quello subito dalla Cina — e il guadagno climatico resta nell’ordine di grandezza di un arrotondamento statistico, l’argomentazione si incrina. A che prezzo, esattamente, l’Europa sta esercitando la sua leadership climatica?
Il CBAM è qui per restare. Ma i numeri pubblicati dall’ICRIER pongono una questione che Bruxelles non potrà ignorare a lungo: se il costo in termini di equità commerciale è così elevato e il beneficio climatico così modesto, chi sta davvero pagando per la transizione europea? E cosa farà ora l’India — con un quarto delle sue esportazioni di acciaio verso l’UE a rischio, un PIL che già ne risente e la sensazione, fondata sui dati, di essere il capro espiatorio di una politica scritta su misura per altri?




