L’estensione del CBAM ai prodotti finiti in acciaio e alluminio sorprende molti importatori
Lunedì scorso, 6 luglio, Mario, titolare di un negozio di ferramenta a Treviso, ha trovato nella posta una fattura con una voce nuova: «Costo del carbonio» su una partita di cerniere in acciaio importate dalla Turchia. Pensava che il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio colpisse solo l’acciaio grezzo, le materie prime. E invece no: lo scorso 6 luglio il comitato ENVI del Parlamento Europeo ha approvato l’estensione del Carbon Border Adjustment Mechanism, il cosiddetto CBAM, a una lunga lista di prodotti a valle: elementi di fissaggio, fili metallici, molle, articoli per la casa in acciaio e alluminio finiti. Con 56 voti a favore, 11 contrari e 12 astensioni, il comitato Ambiente, clima e sicurezza alimentare ha ribaltato le aspettative di molti importatori europei.
La sorpresa sulla fattura
Il caso del ferramenta di Treviso non è isolato: è il riflesso concreto di una decisione che allarga il perimetro del CBAM ben oltre i materiali di base. Nella posizione adottata la scorsa settimana, i deputati hanno sostanzialmente detto sì alla proposta della Commissione di includere i prodotti finiti in acciaio e alluminio — viti, cerniere, molle, articoli domestici — nell’elenco delle merci per cui gli importatori devono acquistare certificati che coprano le emissioni di carbonio incorporate. Chi importa dalla Turchia, dall’India, dalla Cina o da altri paesi extra-UE si troverà sempre più spesso questa voce in fattura.
Non è stato un voto scontato. Il comitato ha anche eliminato la clausola di salvaguardia proposta dalla Commissione che avrebbe permesso di escludere alcune merci dall’ambito del meccanismo in caso di shock dei prezzi. Un segnale chiaro: il CBAM è qui per restare, e anzi si allarga. L’unica eccezione introdotta dai deputati riguarda i flussi di elettricità da paesi extra-UE utilizzati dai gestori di rete per mantenere la stabilità del sistema: su quello, esenzione concessa.
Il Parlamento adotterà il mandato per i negoziati con gli Stati membri durante la sessione plenaria di settembre. Fino ad allora, il testo può ancora cambiare, ma la direzione è tracciata.
Un meccanismo che fa scuola?
Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro. Il CBAM esiste già: è lo strumento con cui l’Unione Europea mette un prezzo sul carbonio emesso durante la produzione di beni ad alta intensità carbonica importati nell’UE. Dopo una fase transitoria durata dal 2023 al 2025, il meccanismo è entrato nella sua fase definitiva di conformità dallo scorso gennaio 2026. In pratica, gli importatori devono dichiarare le emissioni incorporate nei loro prodotti e acquistare certificati CBAM corrispondenti, allineando il costo del carbonio pagato dai produttori extra-UE a quello già sostenuto dalle imprese europee soggette al sistema ETS.
L’Europa non è sola su questa strada. Il Regno Unito ha in programma di introdurre il suo CBAM a partire da gennaio 2027, come dettagliato nella consultazione sul CBAM del Regno Unito. Negli Stati Uniti, durante la 119esima legislatura del Congresso (2025-2026), sono state presentate cinque proposte di border carbon adjustment negli Stati Uniti, segno che il tema attraversa gli schieramenti politici. Australia, Canada, Cile e Thailandia stanno valutando strumenti simili. L’UE, insomma, fa da apripista, ma il principio — chi inquina paga, anche alla frontiera — sta prendendo piede in tutto il mondo industrializzato.
Il conto arriva a valle
Ora che il quadro è più chiaro, la domanda è: quanto costa tutto questo? Secondo un’analisi della Banca Centrale Europea, l’impatto diretto complessivo del CBAM sul commercio dei paesi dell’UE è relativamente contenuto: in media, aggiunge lo 0,1% al valore delle importazioni dell’Unione e lo 0,04% al costo medio delle esportazioni di un paese verso l’UE, con un impatto massimo dell’1,2% per i paesi più esposti. Numeri piccoli, se spalmati su tutto. Ma la stessa analisi mostra che per prodotti specifici — ferro, acciaio e alluminio in testa — il costo del CBAM è significativo. Ed è esattamente su questi materiali, e ora anche sui loro derivati a valle, che il meccanismo si concentra.
Per un importatore di viti o cerniere, il sovrapprezzo non sarà trascurabile: il carbonio incorporato in quei prodotti finiti va calcolato lungo tutta la filiera, dalla materia prima al prodotto finale. E non tutti i fornitori extra-UE hanno sistemi di tracciabilità delle emissioni pronti a rispondere alle richieste europee. Già da gennaio 2026, come segnalato in un’analisi della Banca Mondiale sull’esposizione dei paesi in via di sviluppo al CBAM, l’Unione Europea richiede agli importatori di beni ad alta intensità di carbonio di pagare per le emissioni incorporate nei loro prodotti. L’estensione ai prodotti a valle moltiplica il numero di imprese coinvolte.
Sul fronte degli aiuti, i deputati hanno chiesto che il sostegno finanziario del Fondo temporaneo per la decarbonizzazione sia attivo dal 2027 al 2029, e non solo dal 2028 come proposto dalla Commissione. Un anticipo di un anno che potrebbe fare la differenza per le imprese che devono adeguarsi in fretta. Resta da vedere se gli Stati membri, in sede di negoziato, confermeranno questa accelerazione.
Per chi importa prodotti finiti in acciaio e alluminio, il consiglio pratico è semplice: iniziare subito a mappare le emissioni incorporate nella propria catena di fornitura, chiedere dati ai produttori extra-UE e monitorare l’iter legislativo fino al voto di settembre. Per i consumatori, l’impatto sarà probabilmente di pochi centesimi su viti, cerniere e articoli per la casa. Non una rivoluzione dei prezzi, ma un tassello concreto nel percorso europeo verso la neutralità climatica — quello in cui il costo del carbonio smette di essere un’astrazione e compare, voce per voce, nelle fatture di tutti i giorni.



