Il sisma in Venezuela e la classifica di Copenaghen mostrano due facce opposte della vivibilità globale

La scorsa notte del 29 giugno il Venezuela è stato scosso da due forti terremoti che hanno provocato almeno 1.450 vittime e 50mila dispersi. La crisi economica e sociale del paese sta complicando le operazioni di soccorso. Negli stessi giorni, a oltre 8.000 chilometri di distanza, Copenaghen veniva confermata la città più vivibile del mondo per il secondo anno consecutivo dall’Economist Intelligence Unit. Numeri che sembrano appartenere a due pianeti diversi, eppure misurati dalla stessa metrica: la capacità di una città di tenere al sicuro i propri abitanti.

Il sisma e la classifica: due volti della vivibilità

Il Global Liveability Index dell’EIU cataloga 173 centri urbani in base a cinque parametri: stabilità, sanità, cultura e ambiente, istruzione, infrastrutture. Ogni scossa tellurica, ogni conflitto, ogni collasso sociale lascia un segno nei punteggi. Il Venezuela, già alle prese con un’economia al collasso, non era di certo tra le prime in classifica, ma il sisma lo ha reso ancora più visibile nella sua fragilità.

Sull’altro capo della lista, la capitale danese ha incassato il massimo dei voti nei pilastri che contano di più per chi decide dove vivere: stabilità, infrastrutture e istruzione. Copenaghen è al primo posto dal 2025, quando aveva strappato la corona a Vienna, dopo un dominio triennale della capitale austriaca. Oggi Vienna e Melbourne occupano, nell’ordine, il secondo e il terzo gradino del podio.

I segreti di Copenhagen: non solo piste ciclabili

Per capire cosa renda una città imbattibile, basta guardare i voti in pagella. Copenaghen ha ottenuto 100/100 in stabilità, infrastrutture e istruzione. Negli altri due indicatori, sanità e cultura e ambiente, ha comunque superato 95/100, come confermato da Ana Nicholls dell’EIU. Il punteggio pieno non è un dettaglio: stabilità significa assenza di conflitti, criminalità sotto controllo, istituzioni che funzionano. Infrastrutture significa trasporti, energia, case. Istruzione significa scuole pubbliche accessibili e di qualità.

Ma i numeri non dicono tutto. La differenza la fa la vita quotidiana. Laura Amira Kassem, intervistata dalla BBC, descrive la normalità danese: «Vai al lavoro in bici, ti tuffi nel porto dopo e torni a casa per cena. Non è un giorno speciale, è un semplice martedì.» Dietro questa frase c’è un sistema di infrastrutture ciclabili, acqua balneabile e una scala pedonabile che poche altre città possono vantare. Non è un caso che l’EIU abbia assegnato il massimo anche alla voce infrastrutture: piste ciclabili continue, porto pulito e un centro storico dove camminare è la regola, non l’eccezione.

Copenaghen insegna che la vivibilità non è fatta di grandi eventi, ma della somma di servizi affidabili. Un’amministrazione stabile, che investe in mobilità dolce e nella qualità degli spazi pubblici, ottiene risultati che i terremoti della politica internazionale possono solo minacciare.

L’effetto guerra: Muscat e Kuwait City scivolano giù

Se Copenaghen brilla di stabilità, cosa succede quando la stabilità viene a mancare? Basta guardare il Golfo Persico. La guerra in Iran sta condizionando l’intera regione, e i numeri dell’EIU lo mostrano senza sconti. Secondo il rapporto appena pubblicato, Muscat ha perso 14 posizioni in classifica, Kuwait City 12. Non sono scivolamenti di poco conto: in un indice che valuta la qualità della vita quotidiana, un calo a doppia cifra indica un deterioramento rapido delle condizioni di sicurezza, dei servizi e della percezione degli abitanti.

L’ombra del conflitto iraniano non è solo umanitaria. L’Iran è un perno delle rotte energetiche, e ogni focolaio di instabilità in Medio Oriente si riflette sui mercati del petrolio. La vivibilità urbana è sempre più un indicatore geopolitico. Teniamo d’occhio Muscat e Kuwait City: se scivolano ancora, il prezzo del petrolio potrebbe tremare.