L’ordine del Dipartimento dell’Energia impone di tenere accesa l’unità a carbone Stanton 1 fino a settembre, nonostante la pianificazione dell’utility

Lo scorso 4 giugno, mentre la Florida si preparava a un’estate con margini di riserva elettrica previsti intorno al 26% — ben oltre la soglia del 15% che gli operatori considerano più che sufficiente — il Segretario all’Energia Chris Wright firmava un ordine che imponeva alla Orlando Utilities Commission di non spegnere Stanton 1, la sua unità a carbone in funzione dal 1987, e di tenerla operativa fino al 1° settembre. Un provvedimento d’emergenza per un’emergenza che, stando a tutti i dati disponibili, semplicemente non esisteva.

L’ordine che nega l’evidenza

La sequenza dei fatti è istruttiva perché rivela non un’improvvisa crisi di affidabilità della rete, ma una decisione presa contro il parere dei tecnici. La Orlando Utilities Commission (OUC) aveva già comunicato al Dipartimento dell’Energia che, anche dopo il cosiddetto extended cold shutdown — lo spegnimento a freddo prolungato — l’unità sarebbe stata «in grado di essere riattivata e resa operativa in caso di necessità». Lo aveva fatto già ad aprile, con settimane di anticipo, rispondendo a una richiesta di informazioni dello stesso DOE. Non solo: OUC aveva dimostrato che, anche senza la capacità di Stanton 1, i suoi margini di riserva sarebbero rimasti sopra il 15% almeno fino al 2031.

Eppure, l’ordine è stato emesso. Se la rete non era a rischio, cosa giustifica questa forzatura? La risposta ha un costo preciso — e a pagarlo non sarà il governo federale.

Il conto da 6,2 milioni al mese

Tenere acceso Stanton 1, infatti, non è gratis. Anzi. L’unità costa circa 6,2 milioni di dollari al mese solo per funzionare. Se OUC dovesse scaricare interamente questi costi sui propri clienti — e l’ordine del DOE non prevede alcun meccanismo di compensazione federale — l’aumento medio sarebbe di 21 dollari al mese per contribuente. Famiglie e piccole imprese di Orlando si troverebbero così a finanziare, bolletta dopo bolletta, una scelta politica presa a Washington.

OUC aveva programmato lo spegnimento dell’unità per il 31 maggio scorso, come parte di un piano trentennale di riduzione delle emissioni di carbonio. Non si trattava di una decisione improvvisa né di un azzardo: era il risultato di una pianificazione di lungo periodo che l’utility stava portando avanti con l’obiettivo dichiarato di decarbonizzare il proprio mix energetico. L’ordine del DOE ha congelato quel percorso, almeno fino a settembre.

Questi 21 dollari in bolletta sono solo la punta dell’iceberg di una strategia più ampia. Lo stesso giorno in cui Wright firmava l’ordine su Stanton 1, l’amministrazione Trump annunciava un piano di spesa da 850 milioni di dollari per sostenere le centrali a carbone e il settore carbonifero. La coincidenza temporale non è sfuggita a chi segue da vicino le politiche energetiche federali: ciò che il DOE presenta come un provvedimento tecnico per garantire l’affidabilità della rete assomiglia sempre più a una politica industriale mascherata da emergenza.

Emergenza permanente?

L’ordine su Stanton 1 non è un caso isolato. Negli ultimi dieci mesi, il Segretario Wright ha emesso tredici ordini ai sensi della sezione 202(c) del Federal Power Act — la norma che consente al Segretario di imporre connessioni temporanee e generazione elettrica in caso di guerra o emergenza — per mantenere in funzione sei impianti per periodi di 90 giorni alla volta. La sezione 202(c) è stata concepita per crisi improvvise e circoscritte: un’ondata di calore eccezionale, un guasto a una linea di trasmissione critica, una carenza di combustibile imprevista. Non per tenere artificialmente in vita centrali che il mercato e la pianificazione energetica hanno già superato.

Greg Wannier, senior attorney del Sierra Club, lo ha spiegato con chiarezza: in passato gli ordini 202(c) venivano usati «con parsimonia — in situazioni di emergenza, per brevi periodi e solo quando richiesto dai regolatori o dagli operatori». Oggi, ha aggiunto, «l’amministrazione Trump ha distorto l’uso di questa autorità d’emergenza al di là di ogni riconoscibilità». La trasformazione è profonda: uno strumento pensato per gestire crisi acute è diventato un meccanismo ordinario di politica energetica, usato per forzare la permanenza in servizio di impianti a carbone che le utility stesse vorrebbero dismettere.

L’ordine su Stanton 1 scade il 1° settembre. Ma l’approccio dell’amministrazione, a giudicare dalla sequenza di tredici ordini consecutivi emessi finora, non sembra destinato a cambiare. Riuscirà OUC a spegnere finalmente l’unità o ci sarà un nuovo ordine a ridosso della scadenza? La domanda è aperta. Quel che è certo è che il carbone di Orlando continua a bruciare non perché serva alla rete, ma perché una decisione politica lo impone — a spese di chi quella bolletta la paga ogni mese.

La vera emergenza non è nella rete elettrica della Florida, che i dati del NERC descrivono come solida e ben dimensionata. È in una politica che ha smesso di distinguere tra crisi reali e crisi dichiarate, usando i poteri d’emergenza per inseguire obiettivi che con l’affidabilità della rete hanno sempre meno a che fare. Per i cittadini di Orlando, la domanda non è solo quando si spegnerà Stanton 1, ma quanto costerà mantenere in vita un passato che qualcuno, a Washington, non vuole lasciar andare.