La petizione del WWF supera le 410mila firme mentre 14 società scientifiche chiedono di fermare il testo

Bastano due righe del testo per capire la posta in gioco: la caccia diventa «attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi» e il lupo esce dall’elenco delle specie di fauna selvatica tutelate. Con il provvedimento già approvato al Senato lo scorso 23 giugno e ora alla Camera, dove a luglio sono iniziate le consultazioni, alla data del 13 luglio la petizione del WWF Italia aveva superato le 410.000 firme e 14 società scientifiche avevano già aderito alla lettera per chiedere di fermare il testo.

La riforma che si presenta come conservazione e parte dal lupo

Il cuore tecnico del provvedimento sta nella nuova definizione. Come riportato da Sky TG24, la caccia viene formalmente descritta come attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi; allo stesso tempo sparisce il riferimento al lupo dall’elenco delle specie di fauna selvatica tutelate. Non è un ritocco lessicale: cambia la funzione giuridica assegnata all’attività venatoria, che da attività da regolare diventa strumento da promuovere.

La mobilitazione si è costruita proprio su questo ribaltamento. Alla data del 13 luglio la petizione del WWF Italia aveva superato le 410.000 firme. Alla stessa data erano già 14 le società scientifiche italiane che avevano aderito alla lettera inviata dal WWF Italia al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato e alla Presidente del Consiglio dei ministri per chiedere di fermare la proposta. A queste si aggiunge la voce di Giordano Bruno Guerri, che ha affidato al WWF Italia una presa di posizione netta: «Una società civile si misura anche da come tratta gli animali e da quanto è capace di difendere il proprio ambiente. Per questo ritengo che la nuova proposta di legge sia una scelta sbagliata e che debba essere ripensata nell’interesse della natura, della sicurezza dei cittadini e del bene comune».

Il paradosso è tutto qui: una riforma che si presenta come strumento di conservazione parte dalla rimozione del lupo dalle specie tutelate. Come si è arrivati a una riforma che capovolge la logica del 1992? Il precedente ha un nome e una data.

Il precedente che ha congelato la legge 157

Il paradosso attuale affonda le radici in un fallimento politico vecchio di trent’anni. Il referendum del 1990 per l’abrogazione della caccia non raggiunse il quorum, nonostante circa 17 milioni di voti favorevoli su 20 milioni di votanti. Il risultato lasciò il campo a una soluzione legislativa: due anni dopo, la legge 157/1992 recepì parti importanti della Direttiva Uccelli e assunse la valenza di legge quadro, cioè un impianto normativo che delinea gli standard minimi di tutela della natura validi per tutto il territorio statale.

Quella cornice nazionale ha retto per oltre trent’anni, ma non ha mai spento la domanda di una revisione. Il fallimento referendario spiega perché una riforma di questo tipo sia tornata in agenda con forza simbolica. Numeri e storia spiegano la spinta, ma non dicono se questa riforma cambierà davvero qualcosa per chi caccia o per chi difende il lupo.

Sul campo, le Regioni avevano già deciso

Se il passato spiega perché la riforma è tornata in agenda, il presente serve a capire cosa cambierebbe davvero. Federcaccia, in una nota della sua cabina di regia, ricorda che la caccia lungo le coste, spiagge comprese è già possibile in Italia durante la stagione venatoria e non dipende dalle attuali proposte di modifica della legge 157. Sono le Regioni, attraverso i propri piani faunistico-venatori e le leggi regionali, a stabilire limiti, regolamenti e aree effettivamente cacciabili.

L’ironia è che uno dei fronti simbolici della discussione, la caccia costiera, riguarda una possibilità già prevista dall’ordinamento. Il voto alla Camera dirà se il paradosso diventerà norma, o se la mobilitazione riuscirà a fermarlo. Intanto, il territorio aspetta.

La riforma non cambia tutto, ma cambia il punto di equilibrio: se il lupo esce dalla tutela, è l’idea stessa di conservazione a essere riscritta. Il banco di prova non è solo il Parlamento, ma anche la capacità delle regioni e dei cittadini di rispondere sul campo.