Il progetto punta a dieci impianti nella capitale indiana, ma il primo è stato avviato solo nel settembre 2024

Duecento tonnellate al giorno. È la quantità di sterco di mucca che il nuovo impianto di biogas compresso di Goyla Dairy promette di trattare una volta entrato in funzione. La scadenza per il completamento, fissata lo scorso mese dal commissario della Municipal Corporation of Delhi Sanjeev Khirwar, è il 17 settembre — un rinvio rispetto alla precedente scadenza di luglio, già mancata. Ma mentre Delhi corre contro il tempo, lo Yamuna continua a ricevere i reflui di un settore lattiero-caseario che genera circa 1.500 tonnellate di rifiuti al giorno. La distanza tra le due cifre — 200 e 1.500 — è la misura esatta del problema.

L’impianto trasformerà sterco bovino e rifiuti solidi urbani in biogas compresso e fertilizzante organico. Non è un progetto isolato: è legato all’iniziativa Clean Yamuna, lanciata con l’obiettivo di trattare 1.500 tonnellate di rifiuti lattiero-caseari sotto la regia del ministro dell’Interno Amit Shah. Ma se l’ambizione è chiara, la cronologia racconta una storia diversa. Il progetto è in discussione da anni, e la scadenza del 17 settembre è l’ultima di una serie di termini già disattesi.

Un annuncio e una scadenza

L’11 luglio, durante una visita ai centri di gestione dei rifiuti della Zona Ovest, il commissario Khirwar ha dato una direttiva precisa: l’impianto deve essere completato e pronto per la messa in servizio entro il 17 settembre. Nella stessa occasione, stando a una dichiarazione della MCD, la flotta di veicoli per la raccolta e il trasporto dei rifiuti nella zona è stata potenziata — portarifiuti, caricatori a gancio, spazzatrici stradali, auto-tipper e e-rickshaw — un tassello operativo che dovrebbe garantire il flusso costante di materia prima all’impianto una volta avviato.

Duecento tonnellate al giorno non sono una cifra trascurabile, ma vanno lette nel contesto: le stime indicano che il solo settore lattiero-caseario di Delhi generi fino a 1.500 tonnellate giornaliere di rifiuti che, in assenza di trattamento, finiscono direttamente o indirettamente nello Yamuna. Servirebbero sette o otto impianti delle stesse dimensioni per assorbire l’intero flusso. Goyla, da solo, ne coprirebbe circa il 13 per cento. L’iniziativa si inserisce in un piano d’azione più ampio, eseguito in coordinamento con il National Dairy Development Board, che punta a costruire dieci impianti di biogas in città. Ma tra il dire e il fare, a Delhi, c’è di mezzo uno scarto che i precedenti rendono difficile ignorare.

I numeri dietro le promesse

Delhi non parte da zero. Il primo impianto di biogas della MCD, a Nangli Dairy, è stato commissionato a settembre dell’anno scorso. È servito quasi un anno per passare dal primo al secondo impianto — un ritmo che, proiettato sull’obiettivo dei dieci impianti, disegna un orizzonte temporale che va ben oltre l’urgenza dichiarata. E se si allarga lo sguardo al quadro nazionale, il divario tra ambizione e realtà diventa ancora più evidente.

Il programma SATAT — Sustainable Alternative Towards Affordable Transportation — è il contenitore sotto cui ricadono tutti gli impianti CBG del Paese. A luglio 2025, stando ai dati del portale SATAT, in India risultavano commissionati 108 impianti, a fronte di 1.094 lettere di intenti attive. Significa che meno del 10 per cento dei progetti autorizzati era effettivamente operativo. Un tasso di realizzazione che non dipende solo da intoppi burocratici: la costruzione di un impianto CBG richiede investimenti considerevoli, una filiera stabile di approvvigionamento della biomassa e un mercato di sbocco per il biogas prodotto — tre condizioni che in molti distretti indiani restano fragili.

Nel frattempo, il quadro normativo si è fatto più stringente. Dall’anno fiscale 2025-26, l’obbligo di biogas compresso — il Compressed Biogas Obligation, o CBO — è diventato vincolante per i fornitori di gas naturale: l’1 per cento del consumo complessivo di CNG o PNG deve essere coperto da biogas, con una progressione che sale al 3 per cento nel 2027, al 4 per cento nel 2028 e al 5 per cento dal 2028-29. È un meccanismo pensato per creare domanda e stimolare l’offerta. Ma se gli impianti non vengono costruiti, l’obbligo rischia di restare sulla carta o, peggio, di tradursi in costi aggiuntivi scaricati sulle imprese senza un corrispettivo beneficio ambientale.

Lo Yamuna aspetta, le imprese si adeguano

I numeri del programma SATAT e la lentezza della messa a terra si riflettono direttamente sullo Yamuna, dove ogni giorno che passa senza infrastrutture adeguate significa altre tonnellate di reflui non trattati. L’iniziativa Clean Yamuna ha acceso i riflettori su un disastro ecologico che si consuma da decenni, ma la soluzione passa necessariamente attraverso impianti come quello di Goyla — e attraverso la capacità di replicarli in tempi compatibili con l’emergenza.

Per le imprese del settore energetico, il CBO non è una questione teorica. L’obbligo è già in vigore, e le percentuali saliranno rapidamente. Le aziende che distribuiscono CNG e PNG devono dimostrare di immettere nella rete quote crescenti di biogas, il che significa contratti di acquisto con impianti operativi, certificazioni, verifiche. Se l’offerta di biogas non tiene il passo, il sistema si inceppa: si rischia di dover pagare penali o acquistare crediti sul mercato, con un aggravio di costi che finirà per riflettersi sulle tariffe.

Il 17 settembre è dietro l’angolo — mancano meno di sei settimane. L’impianto di Goyla, con le sue 200 tonnellate al giorno, non risolverà da solo il problema dello Yamuna. Ma è il banco di prova di un modello che Delhi intende replicare. Se la scadenza verrà rispettata, sarà un segnale — piccolo, concreto, misurabile — che la transizione energetica indiana può funzionare anche sul campo, e non solo nei documenti programmatici. Se verrà mancata, sarà l’ennesima conferma che tra l’annuncio politico e l’attuazione reale, in India, continua a esserci uno iato che nessun obbligo normativo, da solo, può colmare.