Il Marais Pipeline dovrebbe trasportare 1,9 miliardi di piedi cubi di gas al giorno per alimentare il terminale

Ventinove milioni di tonnellate metriche di gas metano liquefatto all’anno. Se il terminale CP2 LNG venisse completato, il combustibile che uscirà dai suoi serbatoi, una volta bruciato nei paesi importatori, genererebbe emissioni di gas serra superiori a quelle prodotte in un anno da 46 centrali a carbone, oppure da 42 milioni di automobili a benzina. È la scala ambientale di un progetto che in queste ore ha incassato un nuovo colpo legale: stando a quanto riportato da CleanTechnica, un gruppo di organizzazioni locali guidate dal Sierra Club ha contestato il permesso per il Marais Pipeline, l’arteria destinata ad alimentare proprio il terminale di esportazione CP2 LNG, in Louisiana. La pipeline, secondo la denuncia, occuperebbe o danneggerebbe più di 800 acri di zone umide tra le parrocchie di Calcasieu e Cameron.

Un impatto da 46 centrali a carbone

Il terminale CP2 LNG, progettato per diventare uno dei più grandi impianti di esportazione di gas naturale liquefatto degli Stati Uniti, avrebbe una capacità annuale di 20 milioni di tonnellate metriche di metano liquefatto. Per raggiungere quella cifra, il Marais Pipeline dovrebbe trasportare 1,9 miliardi di piedi cubi di gas al giorno – circa 54 milioni di metri cubi – dal cuore dello shale gas statunitense fino alla costa del Golfo del Messico. Non si tratta soltanto di volumi di metano movimentati: a valle, il gas esportato si trasforma in anidride carbonica. Le stime citate nella documentazione ambientale indicano che l’uso finale di quel combustibile genererebbe ogni anno emissioni equivalenti a quelle di 46 centrali a carbone, oppure di 42 milioni di auto a gas. Per dare un ordine di grandezza, le 46 centrali rappresentano più della metà di tutte le centrali a carbone ancora operative negli Stati Uniti nel 2025.

A questi costi climatici si aggiungono quelli locali. La costruzione del Marais Pipeline, che attraverserebbe aree fragili della Louisiana sud-occidentale, comporterebbe il riempimento o il disturbo di oltre 800 acri di zone umide e fondali acquatici. Si tratta di ecosistemi che fungono da barriera naturale contro le mareggiate, filtrano l’acqua e sostengono la pesca costiera, attività economica centrale per le comunità della zona. Il fronte del «no», composto da Sierra Club, Louisiana Bucket Brigade e l’associazione di pescatori Fishermen Involved in Sustaining our Heritage (FISH), sostiene che il permesso rilasciato dal Louisiana Department of Conservation and Energy (LDCE) non abbia tenuto conto in modo sufficiente né delle emissioni indirette né dell’impatto sugli habitat.

La lunga battaglia nei tribunali della Louisiana

L’impugnazione del permesso per il Marais Pipeline è soltanto l’ultimo capitolo di una lunga guerra giudiziaria che da due anni tiene in scacco l’intero progetto CP2. Nell’agosto 2024, lo stesso fronte di associazioni aveva intentato una causa federale contro l’approvazione del terminale da parte della Federal Energy Regulatory Commission (FERC). Un anno dopo, nell’agosto 2025, Sierra Club e Louisiana Bucket Brigade si sono rivolti alla Corte d’Appello del Quinto Circuito per chiedere l’annullamento del permesso rilasciato ai sensi del Clean Air Act e bloccare così la costruzione. La mossa si inseriva in un quadro che, lo scorso ottobre, aveva visto un tribunale della parrocchia di Cameron stabilire un principio cruciale in una causa sul vicino terminale Commonwealth LNG: il LDCE, secondo i giudici, deve analizzare gli impatti dei cambiamenti climatici prima di rilasciare un permesso di utilizzo costiero.

Quella sentenza, emessa nell’ottobre 2025, ha alzato l’asticella per tutti i progetti di gas nella regione, perché obbliga l’autorità statale a valutare le emissioni a valle, non soltanto quelle dirette del cantiere. Il nuovo ricorso sul Marais Pipeline si appoggia a quella giurisprudenza e al principio che un’opera che alimenta un terminale di esportazione non possa essere separata dal suo impatto climatico complessivo. I procedimenti sono ancora aperti e l’incertezza giuridica pesa su un investimento che i promotori stimano in diversi miliardi di dollari.

Export record, bollette record: il conto per gli americani

Mentre gli avvocati discutono nei tribunali della Louisiana, il mercato del gas naturale liquefatto continua a correre. Le esportazioni statunitensi di GNL hanno raggiunto nuovi massimi negli ultimi due anni, innescando un effetto collaterale che tocca il portafoglio delle famiglie americane: spedire grandi volumi di gas all’estero espone la fornitura domestica ai prezzi più elevati dei mercati globali e riduce la quantità di gas disponibile per il riscaldamento e la generazione di elettricità negli Stati Uniti. Il risultato è un incremento delle bollette energetiche, sia per il riscaldamento invernale sia per la corrente elettrica, fenomeno documentato anche da studi indipendenti citati dalle associazioni ambientaliste.

Il Marais Pipeline, con i suoi 1,9 miliardi di piedi cubi al giorno, contribuirebbe a dirottare una fetta rilevante della produzione nazionale verso le navi metaniere, anziché verso i consumatori interni. In uno scenario di domanda interna stabile, questa sottrazione di offerta si traduce in prezzi più alti per chi paga la bolletta del gas ogni mese. L’ironia è che proprio la Louisiana, da cui partirebbe il gas, è uno degli Stati con la più alta percentuale di famiglie in povertà energetica. E mentre il prezzo del gas domestico oscilla, un numero segnerà il destino del CP2: 1,9 miliardi di piedi cubi al giorno. Se il progetto andrà avanti, quel numero potrebbe diventare il simbolo di un’era in cui l’export di energia ha un costo tutto domestico.