Il 36,6% delle piccole e medie imprese è esposto a rischio fisico alto o molto alto, ma i prestiti continuano
Pioggia di prestiti sul vulcano
I numeri non lasciano spazio a molte interpretazioni. Secondo i dati CRIF, le classi di rischio fisico Alto e Molto Alto interessano complessivamente il 36,6 per cento delle PMI italiane, in lieve aumento rispetto al 36,3 per cento del 2024. Già nel 2023 la percentuale viaggiava attorno al 35 per cento, con un 6 per cento di imprese che affrontava rischi climatici acuti come alluvioni e ondate di calore. La traiettoria è piatta, quando non in peggioramento. Eppure, la quota di finanziamenti erogati a queste stesse imprese è cresciuta di quasi un punto percentuale in dodici mesi.
Il cortocircuito è evidente se si allarga lo sguardo ai costi. Secondo l’EIOPA, l’autorità europea delle assicurazioni, il costo medio annuo degli eventi naturali in Europa è salito a circa 44,5 miliardi di euro negli ultimi tre anni, rispetto ai 17,8 miliardi del decennio precedente. Significa che il conto è più che raddoppiato, ma il sistema bancario italiano non sembra averne preso atto. Anzi, sta scommettendo più forte proprio sui settori e sui territori dove la probabilità di default climatico è più alta. Non è una distrazione: è un’allocazione del credito che ignora deliberatamente il prezzo del rischio fisico, nella speranza – o nell’illusione – che il disastro tocchi a qualcun altro.
Sicilia, Emilia, Calabria: la mappa del pericolo
Per capire la scommessa, bisogna guardare la geografia del rischio. Sicilia, Calabria ed Emilia-Romagna sono ai vertici della classifica con i livelli di esposizione più elevati, secondo l’analisi CRIF. Sono tre regioni molto diverse per tessuto produttivo e per tipologia di pericolo: al Sud pesano soprattutto lo stress da alte temperature e le ondate di calore, che restano i fattori di rischio più rilevanti su scala nazionale; in Emilia-Romagna, invece, a fare la differenza sono le alluvioni, che registrano la variazione più significativa rispetto al 2024.
Non è un dettaglio. L’Emilia-Romagna è una delle aree a più alta densità manifatturiera del Paese: migliaia di stabilimenti in pianura, spesso a pochi metri da argini che hanno mostrato tutta la loro fragilità. La Sicilia e la Calabria, dall’altro lato, ospitano un tessuto di microimprese agricole e turistiche per cui un’estate di caldo estremo non è un’astrazione modellistica: è raccolti persi, ore di lavoro cancellate, macchinari inutilizzabili. In entrambi i casi, il cambiamento climatico non è una minaccia futura. È un processo in corso che colpisce in modo diseguale, aggravando divari che già esistevano.
Eppure, nonostante la mappa del rischio sia così chiara, le banche continuano a prestare. Non solo: la concentrazione dei finanziamenti nelle classi di rischio più alte è in aumento. Il sistema non sta disinvestendo dalle aree esposte; sta facendo l’opposto. Perché? In parte perché le PMI sono il cuore dell’economia italiana e smettere di finanziarle significherebbe fermare il Paese. In parte perché il rischio climatico, a differenza di quello creditizio tradizionale, non è ancora entrato nei modelli di pricing della maggior parte degli istituti. Non c’è un obbligo normativo che imponga di prezzarlo, e finché non arriva l’alluvione, il portafoglio sembra sano.
Chi paga quando arriva l’alluvione?
Dietro le percentuali si nascondono imprenditori, bilanci familiari e un sistema che non prezza il pericolo. Un’impresa che subisce un’alluvione non perde solo lo stabilimento: perde giorni di produzione, clienti, a volte l’intero magazzino. Se è già indebitata – e le PMI italiane lo sono, per definizione – il default è una questione di settimane. E quando l’impresa salta, il buco si trasferisce alla banca. È un meccanismo lineare, che però nessuno sembra voler vedere.
Il punto è che l’Italia non ha strumenti obbligatori di adattamento. Non esiste un obbligo assicurativo contro le catastrofi naturali per le imprese, nonostante se ne parli da anni. I fondi pubblici per la prevenzione sono frammentati e sottodimensionati. Le PMI, dal canto loro, raramente hanno le risorse per investire in protezioni fisiche o in polizze volontarie. Il risultato è che quando arriva l’evento estremo, il conto ricade interamente su di loro – e a cascata sui loro finanziatori. Con una differenza: i finanziatori, a differenza delle imprese, hanno la possibilità di diversificare il portafoglio. Ma se la concentrazione dei prestiti nelle aree a rischio continua a salire, la diversificazione diventa un alibi sempre più sottile.
C’è poi un aspetto meno visibile ma altrettanto pesante: il rischio climatico si autoalimenta. Le imprese che sopravvivono a un’alluvione con i conti a pezzi chiedono nuovo credito per ripartire. Le banche, per non perdere l’esposizione già in essere, concedono ulteriori finanziamenti. Si crea un circolo vizioso in cui il debito cresce proprio dove la probabilità di default è più alta. I dati CRIF suggeriscono che questo meccanismo è già in atto: la quota di finanziamenti legati alle classi di rischio più elevate non sarebbe altrimenti in aumento, in un contesto di consapevolezza climatica crescente.
La domanda resta senza una risposta rassicurante: quando il prossimo evento estremo colpirà una PMI già indebitata fino al collo, chi assorbirà il colpo? L’imprenditore, con il suo patrimonio personale – perché in Italia la garanzia personale è la norma. La banca, con un aumento delle sofferenze che intaccherà i bilanci. Lo Stato, che interverrà con qualche provvedimento emergenziale, come già successo in Emilia-Romagna. Alla fine paga sempre qualcuno che non aveva previsto di farlo. E chi aveva i dati per prevederlo, quei dati ha scelto di ignorarli.
Per le PMI in cima alla lista del rischio, la prossima ondata di calore non sarà un dato statistico. Sarà un conto da pagare. E senza obblighi assicurativi o investimenti veri in prevenzione, toccherà a loro, e forse alle loro banche, scoprire quanto vale la scommessa. Solo quando il conto arriverà, sapremo chi aveva ragione: se i modelli che segnalano il pericolo da anni, o chi ha continuato a prestare come se il clima non stesse cambiando.




