Il divario di protezione assicurativa supera il 90% nei paesi in via di sviluppo, ma le città potrebbero chiuderlo
Il dato messo nero su bianco lo scorso 28 luglio è di quelli che non si prestano a giravolte: nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo (EMDE), meno del 10% delle perdite legate al clima è coperto da un’assicurazione. Il resto — più del 90% — ricade su famiglie, imprese e bilanci pubblici. E il paradosso è che proprio le città, indicate come le leve principali per chiudere il divario, sono tra i soggetti meno assicurati. Lo studio della Climate Policy Initiative pubblicato a fine luglio mette questa contraddizione sul tavolo senza giri di parole.
Il quadro è ancora più netto se si guarda ai paesi in via di sviluppo. Secondo un’analisi ospitata sul blog della Banca Mondiale, il divario di protezione assicurativa — la quota di perdite da disastri non coperta da polizze — supera in media il 90%. Il dato sulle EMDE, con coperture inferiori al 10%, è confermato dalla stessa Climate Policy Initiative. E il divario globale si sta allargando: il che significa, detto in modo brutale, che stiamo collettivamente sottoinvestendo nella protezione dal rischio climatico proprio mentre gli eventi estremi diventano più frequenti e costosi.
E qui arriva la parte più scomoda. Le città — come documentato in una ricerca del Climate Policy Initiative — potrebbero svolgere un ruolo chiave nel chiudere questo divario: come consumatrici di assicurazioni, come finanziatrici della riduzione del rischio, come amministratrici della prevenzione attraverso politiche e pianificazione, e come promotrici della conoscenza sui rischi nel contesto urbano. Quattro ruoli, nessuno dei quali si traduce automaticamente in una polizza firmata. Per capire perché, serve cambiare lente e guardare allo strumento tecnico che viene indicato come il punto d’ingresso più credibile: l’assicurazione parametrica.
Parametrica, l’interruttore che scatta senza perizie
L’assicurazione parametrica funziona con una logica diversa da quella tradizionale. Niente periti, niente liquidazioni caso per caso: è un accordo di trasferimento del rischio che prevede pagamenti preconcordati quando viene raggiunta una soglia specifica di pericolo — l’intensità delle precipitazioni, la velocità del vento, la temperatura. La definizione è della Climate Policy Initiative. Il vantaggio per un comune di una città media africana o asiatica è immediato: il denaro arriva quando scatta la soglia, senza la necessità di dimostrare il danno effettivo, documentare perdite o attendere sopralluoghi.
È esattamente questo che rende lo strumento un candidato naturale per i contesti urbani delle economie emergenti. Lo studio lo dice in modo esplicito: la ricerca e le consultazioni alla base del documento identificano l’assicurazione parametrica come punto di ingresso per affrontare le barriere che tradizionalmente tengono lontani i municipi dal mercato assicurativo. Non è una promessa di trasformazione universale, ma un meccanismo che aggira almeno una parte delle frizioni burocratiche e tecniche.
L’analisi non nasce nel vuoto. Già nel 2021, la ricerca della CCFLA esaminava i ruoli più ampi del settore assicurativo — esperti di rischio e investitori istituzionali, non semplici venditori di polizze. E il documento di fine luglio esamina l’assicurazione contro i rischi climatici per i comuni, coprendo prodotti che proteggono dai pericoli fisici legati al clima: inondazioni, tempeste, ondate di calore, siccità. Il campo d’azione è chiaro da cinque anni. Quello che manca è il passaggio successivo.
Obiettivi assicurativi urbani: l’ombra lunga del G7
La tecnica assicurativa, da sola, non muove nulla senza una governance che la spinga. Ed è qui che entrano in scena le iniziative internazionali. L’iniziativa congiunta UN Environment PSI e ICLEI propone di creare dei veri e propri “Insurance Development Goals for Cities”: obiettivi assicurativi urbani che mettano a frutto il triplice ruolo del settore assicurativo — gestori del rischio, portatori di rischio e investitori — nel quadro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, con un focus sull’SDG 11, quello dedicato alle città.
L’iniziativa non è un fulmine a ciel sereno: è collegata a InsuResilience, il programma sostenuto dal G7 e lanciato nel 2015 per colmare proprio il divario assicurativo nelle economie vulnerabili. Dieci anni dopo, però, il collegamento con il G7 suona più come un’eredità simbolica che come un meccanismo operativo. L’obiettivo è ambizioso; il passaggio dal documento al bilancio comunale resta tutto da scrivere.
Resta la domanda che il report non può rispondere: basterà un obiettivo globale a convincere un sindaco di una città media africana o asiatica a firmare una polizza parametrica nel prossimo bilancio? I numeri raccontano una storia diversa. Le città hanno il ruolo, la parametrica ha il meccanismo, ma tra gli annunci e le polizze firmate c’è uno spazio che né il G7 né le Nazioni Unite possono colmare dall’alto. Cosa succede ora ai comuni che dovrebbero diventare assicurati modello? La risposta non è nei report, ma nei bilanci comunali dei prossimi due anni.




