Il nuovo collegio, insediato a gennaio, firma la prima Relazione annuale tra consumi stabili e competenze ampliate
Quando nel 2018 l’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha cambiato nome in ARERA, aggiungendo quella «R» di rifiuti che ne avrebbe esteso il mandato, non è stato un semplice aggiornamento di sigla. È stato il segnale di una regolazione che iniziava a guardare ai servizi pubblici in modo integrato — elettricità, gas, reti, ambiente — superando la compartimentazione che per oltre vent’anni ne aveva definito i confini. Una trasformazione che trova ora il suo primo vero banco di prova nella Relazione annuale 2026, pubblicata lo scorso 2 luglio e firmata dal nuovo Collegio insediato il 1° gennaio scorso, con alla guida il presidente Nicola Dell’Acqua.
Da AEEG ad ARERA: un’autorità in espansione
Per capire la portata del passaggio serve un passo indietro. L’Autorità nasce nel 1995 — istituita con la legge n. 481 del 14 novembre — con il nome di Autorità per l’energia elettrica e il gas (AEEG) e una competenza limitata esattamente a quei due settori. Elettricità e gas naturale: un perimetro chiaro, pensato in un’epoca in cui la regolazione dei servizi a rete rispondeva soprattutto a logiche di monopolio verticalmente integrato e alla necessità di garantire tariffe trasparenti in un mercato ancora in via di liberalizzazione.
Poi arriva il 2018. Con la legge n. 205 del 2017, l’Autorità assume la denominazione attuale — Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente — e, soprattutto, incorpora la regolamentazione del settore rifiuti. Non è un dettaglio: significa che lo stesso organismo che fissa i criteri per le tariffe elettriche e del gas inizia a occuparsi anche della filiera dei rifiuti urbani, un comparto che in Italia sconta da decenni divari territoriali enormi, con costi di smaltimento che in alcune regioni superano i 200 euro a tonnellata mentre in altre restano sotto i 100. L’idea di fondo è che energia e rifiuti non siano mondi separati: il trattamento dei rifiuti produce energia (termovalorizzazione, biogas da digestione anaerobica), e la gestione efficiente delle reti ambientali ha ricadute dirette sui consumi energetici complessivi.
Consumi elettrici 2025: stabilità apparente
Proprio mentre il perimetro regolatorio si allarga, i numeri raccontano un sistema che sembra essersi fermato. Nel 2025 i consumi di energia elettrica in Italia sono rimasti sostanzialmente stabili, attestandosi a 312,4 TWh. Una cifra che sostanzialmente replica i livelli degli ultimi anni, senza scossoni ma anche senza segnali di crescita. Per un Paese che punta sull’elettrificazione dei consumi — pompe di calore, mobilità elettrica, decarbonizzazione dei processi industriali — la stasi dei volumi è un indicatore da non sottovalutare. Significa che la transizione, almeno sul fronte della domanda elettrica, non sta ancora producendo l’incremento strutturale che ci si aspetterebbe in uno scenario di progressiva sostituzione dei vettori fossili.
Il dato va letto con cautela: la stabilità potrebbe nascondere dinamiche contrapposte, con una maggiore efficienza energetica che compensa i nuovi carichi. Ma il punto è proprio questo — senza un monitoraggio granulare e una regolazione capace di intercettare i segnali deboli, il rischio è di scambiare l’inerzia per equilibrio.
Il primo rapporto del nuovo Collegio: cosa cambia per chi installa e gestisce
Ed è qui che si inserisce la novità istituzionale di quest’anno. La Relazione annuale 2026 non è soltanto un documento di rendiconto: è la prima firmata dal nuovo Collegio ARERA, insediato il 1° gennaio 2026 e guidato dal presidente Nicola Dell’Acqua, nominato lo scorso dicembre, affiancato dai commissari Alessandro Bratti, Lorena De Marco, Livio de Santoli e Francesca Salvemini. Un rinnovo completo della governance che, per chi opera nel settore dell’energia pulita — installatori di impianti fotovoltaici, gestori di comunità energetiche, progettisti di sistemi di accumulo — non è una questione da addetti ai lavori ma un segnale concreto su priorità e orientamenti regolatori dei prossimi anni.
La posta in gioco è alta. Con un quadro di consumi stagnanti, il nuovo Collegio si trova a dover tracciare una strada che non può limitarsi alla manutenzione dell’esistente. I temi sul tavolo sono molti: l’integrazione delle rinnovabili distribuite in reti che invecchiano, la regolazione dell’accumulo domestico e a scala di quartiere, i meccanismi di incentivazione per le configurazioni di autoconsumo collettivo, la disciplina tariffaria per le colonnine di ricarica pubbliche e private. E sullo sfondo, la competenza estesa ai rifiuti apre scenari inediti: un regolatore che può agire simultaneamente sulla tariffa elettrica e sul costo di smaltimento ha leve per orientare investimenti e scelte tecnologiche in modo trasversale.
Per un installatore che oggi propone a un condominio un impianto fotovoltaico con accumulo, o per un’azienda che valuta se investire in una linea di produzione alimentata da rinnovabili con cogenerazione da biogas, sapere che l’Autorità ha occhi sia sul lato energia sia sul lato rifiuti significa che le regole del gioco possono diventare più coerenti — o più complesse. Non è un caso che la Relazione 2026 dedichi spazio alle trasformazioni in atto nei servizi pubblici locali, un ambito in cui energia, reti e ambiente si intrecciano in modo strutturale e dove la qualità della regolazione incide direttamente sulla fattibilità tecnica ed economica degli interventi.
Il punto, per chi opera sul campo, è pratico: la regolazione non è un esercizio astratto. Una decisione sui corrispettivi di sbilanciamento per le unità di produzione distribuita, o sui criteri di aggregazione delle utenze nelle comunità energetiche, si traduce in numeri che finiscono nei business plan e nei preventivi. E il fatto che il nuovo Collegio si presenti con un mix di competenze che spaziano dall’ingegneria energetica (de Santoli) all’economia ambientale (Salvemini) suggerisce un approccio più trasversale rispetto al passato, ma la prova sarà nei provvedimenti che seguiranno nei prossimi mesi, non nelle intenzioni.
Il vero banco di prova per ARERA non è l’espansione delle competenze in sé — quella è già scritta nella legge dal 2018 — ma la capacità di tradurre la regolazione in scelte concrete per chi ogni giorno installa e gestisce impianti. È lì, nei cantieri e nelle sale di controllo, che si misura il successo della transizione energetica: non nei TWh totali né nelle sigle delle autorità, ma nella differenza tra un progetto che chiude in banca e uno che resta sulla scrivania.



