Singapore investe 80 milioni per chiudere il ciclo dei rifiuti entro il 2030

52%. Nel 2025, il tasso di riciclaggio complessivo di Singapore era fermo a questa cifra. L’obiettivo nazionale, fissato fin dal 2019 dal Zero Waste Masterplan, è arrivare al 70% entro il 2030. La distanza è di diciotto punti percentuali, il tempo è di quattro anni esatti. Nel frattempo, la discarica di Semakau — l’unica del Paese — corre verso l’esaurimento. Ed è qui che si inserisce l’ultima scommessa del governo: la Closing the Resource Loop Funding Initiative, 80 milioni di dollari per finanziare ricerca e sviluppo sul recupero sostenibile delle risorse da rifiuti elettronici, plastica e alimenti.

La scommessa da 80 milioni

La CTRL non nasce dal nulla. È il terzo — e più corposo — ciclo di finanziamento pubblico per la ricerca sui rifiuti a Singapore: 25 milioni con il programma Waste-to-Energy sotto RIE2015, 45 milioni con l’iniziativa Closing the Waste Loop sotto RIE2020, oggi 80 milioni. La progressione è chiara, e la posta in gioco si è alzata di pari passo. L’iniziativa viene amministrata dalla National Environment Agency e punta a tre obiettivi dichiarati: raggiungere un tasso di riciclaggio complessivo del 70% entro il 2030, ridurre la quantità giornaliera pro capite di rifiuti inviati in discarica del 20% entro il 2026 e del 30% entro il 2030, e — conseguenza diretta — estendere la vita utile della discarica di Semakau oltre il 2035.

Sono obiettivi che non vengono annunciati la scorsa settimana. Li ritroviamo già nel Zero Waste Masterplan del 2019, e li ritroviamo nell’allocazione complessiva da 220 milioni di dollari che il governo ha stanziato nell’ambito del dominio Urban Solutions & Sustainability del piano RIE2025, annunciato nel marzo 2022. Dentro quel perimetro, gli 80 milioni della CTRL rappresentano la quota destinata specificamente alla chiusura del ciclo dei rifiuti. I bandi sono partiti già a novembre 2024, con un primo invito a presentare proposte per la valorizzazione dei rifiuti alimentari e per le tecnologie di rilevamento dei contaminanti. Nelle scorse settimane, la NEA ha assegnato a NTU SCARCE la Fase 2 del programma, sempre sotto l’ombrello CTRL.

Detta così, sembra la cronaca di una macchina amministrativa che funziona: fondi stanziati, bandi pubblicati, progetti assegnati. Ma tra gli obiettivi e la realtà, i numeri raccontano un’altra storia.

I numeri che smontano l’ottimismo

Eppure, i dati ufficiali dipingono un quadro diverso. Il tasso di riciclaggio nel 2025 era del 52%, in risalita di appena due punti rispetto al 50% del 2024. Due punti in un anno, quando l’obiettivo è crescere di diciotto punti in quattro. Non è un ritmo che ispira fiducia. E anche volendo concedere che la traiettoria possa accelerare, resta il fatto che per arrivare al 70% nel 2030 Singapore dovrebbe quasi triplicare la velocità di miglioramento rispetto a quanto fatto tra il 2024 e il 2025.

Poi c’è Semakau. La discarica sarà piena entro il 2035. Anzi, più della metà della sua capacità totale di 28 milioni di metri cubi è già stata consumata da quando ha aperto, nel 1999. Non è un dato nuovo, e non è una sorpresa: lo sanno i tecnici della NEA, lo sanno i ricercatori, lo sa il governo. Ma saperlo non basta, se poi il flusso di rifiuti in ingresso non rallenta abbastanza. L’obiettivo intermedio di riduzione del 20% pro capite entro il 2026 — cioè entro quest’anno — è un test che si gioca ora: se non viene centrato, la riduzione del 30% entro il 2030 diventa statisticamente improbabile, e l’estensione della vita di Semakau oltre il 2035 smette di essere un traguardo per diventare un auspicio.

Vale la pena ricordare che i target di riduzione dei rifiuti in discarica sono calcolati su base pro capite al giorno. Il che significa che anche un aumento della popolazione — o un aumento della produzione di rifiuti in valore assoluto — può vanificare i miglioramenti percentuali. Non è un dettaglio tecnico: è la variabile che spiega perché, nonostante anni di politiche pubbliche, la frazione non riciclata dei rifiuti continui a finire nella stessa discarica che tutti sanno essere a metà del suo percorso. Di fronte a questi numeri, la domanda è inevitabile: le soluzioni ci sono?

La corsa ai ripari (e chi resta indietro)

La risposta, al momento, è racchiusa in una serie di iniziative di ricerca. Oltre a NTU SCARCE, che lavora sulla gestione dei residui, lo scorso giugno è stato lanciato TREASURES, un centro di ricerca finanziato con 35 milioni di dollari dal piano RIE2025 con l’obiettivo di trasformare i rifiuti della stessa Semakau in risorse recuperabili. È un programma ambizioso, che guarda alla discarica non come a un problema ma come a un giacimento da cui estrarre valore. Ma i tempi della ricerca e quelli dell’emergenza non coincidono quasi mai: un centro appena nato ha bisogno di anni per produrre risultati scalabili, e Semakau non aspetta.

Nel frattempo, uno sguardo all’Europa aiuta a ridimensionare le aspettative. Meno del 12% delle risorse utilizzate nell’Unione proviene da attività di riciclo o recupero, a fronte di un consumo annuo di 14 tonnellate di materiali pro capite e di una produzione di 5 tonnellate di rifiuti. Se il continente che ha fatto della circular economy una bandiera normativa arranca sotto il 12%, si capisce quanto sia complesso chiudere davvero il cerchio — anche con 80 milioni sul tavolo. La vera incognita è un’altra: basterà l’innovazione a vincere la sfida del tempo?

Se questi 80 milioni non accelereranno il passo, la chiusura di Semakau non sarà una data, ma un fallimento annunciato.