Una mozione comunale contesta due maxi-impianti galleggianti da quasi 4 GW totali
Il 73,5% delle aree storiche di pesca a strascico di Sciacca potrebbe scomparire. Non per una calamità naturale, ma per due parchi eolici offshore nel Canale di Sicilia. E il più recente, il parco eolico galleggiante Dentice, ha appena cambiato nome: da Sicily South a Dentice. Sembrava un dettaglio, invece è la spia di una tensione che sale, e che nei giorni scorsi ha trovato una prima, formalissima forma di protesta.
Lo scorso 27 giugno i consiglieri comunali Raimondo Brucculeri e Maurizio Blò hanno presentato una mozione urgente di opposizione formale ai progetti eolici offshore Med Wind e Dentice. Secondo i due consiglieri, i due giganteschi impianti galleggianti, con quasi 4 GW di potenza complessiva, minacciano di sottrarre il 73,5% delle aree storiche di pesca a strascico. Un numero che arriva come un pugno nello stomaco per una marineria come quella di Sciacca, dove la pesca a strascico non è solo un’attività economica ma un tessuto sociale e identitario. Non si tratta di un rischio marginale o di una percentuale negoziabile al ribasso: più di sette decimi del mare che i pescatori locali solcano da generazioni potrebbe diventare, di fatto, inaccessibile, interdetto dalla presenza di torri eoliche, piattaforme galleggianti e corridoi di cavi sottomarini.
Il 73,5% che non ti aspetti
Il dato del 73,5% ha una potenza comunicativa che va oltre la tecnica. Non arriva da uno studio di impatto ambientale o da una modellazione idrodinamica: è il calcolo, tutto politico e sindacale, di chi vive il mare ogni giorno. Brucculeri e Blò lo usano come leva per inchiodare la politica locale e nazionale a una domanda scomoda: quanto costa, in termini di diritti e di accesso a una risorsa comune, la transizione energetica? La mozione di fine giugno arriva in un momento in cui le autorizzazioni per il parco Dentice sono in corso, e Med Wind, più a nord ovest, è già in fase di valutazione. Il Canale di Sicilia, uno dei corridoi più ventosi del Mediterraneo, è diventato il terreno di una partita che oppone l’ambizione di decarbonizzare la rete elettrica italiana alla sopravvivenza di un comparto ittico già provato da decenni di sovrasfruttamento e cambiamenti climatici.
Ma cosa sono esattamente questi impianti? E perché suscitano una reazione così forte, ben oltre le consuete proteste Nimby? Per capirlo bisogna guardare i numeri della scala, e poi quelli della distanza.
Due giganti nel Canale
Dietro quel 73,5% ci sono due colossi. Med Wind è un progetto di Renexia da 2,8 GW, con turbine che sorgeranno a oltre 80 km dalla costa, tanto da risultare invisibili da terra. Il sito ufficiale del progetto parla di una capacità di 2,8 GW e una distanza di oltre 80 km dalla costa. Dentice, l’ex Sicily South, aggiunge altri 1,14 GW, per una potenza complessiva che sfiora i 4 GW: più o meno l’equivalente di tre grandi centrali termoelettriche. Per dare un ordine di grandezza: Med Wind da solo produrrà secondo Renexia circa 9 TWh di energia pulita all’anno, pari a un taglio di 2,7 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, e Dentice, stando ai dati del progetto, potrà soddisfare il fabbisogno di circa un milione e mezzo di famiglie italiane.
Numeri che, sulla carta, sembrano ineccepibili. L’Italia ha bisogno di installare decine di GW di rinnovabili entro il 2030 per centrare gli obiettivi climatici, e l’eolico offshore galleggiante è una delle poche tecnologie in grado di fornire volumi di energia con un fattore di carico elevato, senza consumare suolo. Ma la distanza dalla costa, che rende questi impianti quasi invisibili, non annulla l’impatto sul fondale e sulle rotte di pesca. Un parco eolico galleggiante non è solo un insieme di pale: è un reticolo di ancore, catenarie, cavi elettrici e zone di interdizione che possono estendersi per centinaia di chilometri quadrati. Ed è su questa geografia sommersa che si gioca il conflitto. Per i pescatori di Sciacca, il 73,5% non è un’astrazione statistica: è la mappa concreta delle cale, dei corridoi di pesca e delle praterie di posidonia dove il gambero rosa e altre specie stanziali dettano i bilanci di un intero settore.
E così, mentre i giganti prendono forma sulla carta e le procedure autorizzative avanzano, la vera partita si gioca sottocosta. Cosa sta facendo Renexia per evitare lo scontro?
Trattative o polvere negli occhi?
Di fronte all’opposizione, Renexia ha risposto con un doppio passo: uno studio preliminare sull’impatto dell’impianto sul settore della pesca e l’impegno a istituire un Tavolo Tecnico dedicato a livello nazionale e regionale, per arrivare alla definizione di un Accordo Quadro. Sul sito di Med Wind si legge che l’azienda è stata la prima in Italia a commissionare un’analisi di questo tipo. Il gesto ha un valore simbolico: riconosce che la pesca non è una variabile di aggiustamento, ma un interlocutore con cui aprire un negoziato. Tuttavia, uno studio preliminare non equivale a una modifica del progetto, e un Tavolo Tecnico non è ancora un accordo. La mozione del 27 giugno prende di mira entrambi gli impianti, e per Dentice — il cui sviluppatore non ha ancora reso pubbliche iniziative analoghe — il percorso di confronto è tutto da scrivere.
La domanda, a questo punto, è se queste mosse siano sufficienti a comporre interessi oggettivamente contrapposti. Un parco eolico offshore può coesistere con la pesca? In teoria sì, come mostrano esperienze nel Mare del Nord dove, dopo anni di controversie, si sono raggiunti accordi di co-gestione e persino di ripopolamento ittico all’interno delle aree interdette alla pesca. Ma il Canale di Sicilia non è il Mare del Nord: le specie demersali, la taglia delle imprese ittiche, la stagionalità del prelievo e la frammentazione delle marinerie creano un ecosistema socio-economico molto più fragile, in cui la perdita di accesso anche solo temporaneo a un’area di pesca può tradursi in chiusura di imprese e perdita di posti di lavoro a terra.
Il Tavolo Tecnico annunciato da Renexia è un’architettura ancora vuota: mancano i nomi, il mandato, le tempistiche. E soprattutto manca un’indicazione su quali siano i margini reali di modifica del progetto. Se l’accordo quadro dovesse limitarsi a compensazioni economiche o a misure di accompagnamento, senza una rimodulazione delle aree o dei corridoi di cavi, difficilmente potrà convincere chi quel 73,5% lo ha già mappato con i propri strumenti di bordo. Per Sciacca, il 73,5% non è solo una percentuale: è il mare di domani. Mentre i tavoli si aprono, il vero numero da tenere d’occhio sarà quanto di quel mare resterà accessibile a chi lo solca da sempre.




