La pesca a strascico è ancora permessa in 111 delle 113 aree designate per cetacei e uccelli marini

Centotredici Aree Marine Protette designate per salvaguardare balene, delfini, focene e uccelli marini. Di queste, soltanto due vietano la pesca a strascico sull’intero perimetro. La superficie combinata è più piccola dell’Isola di Wight, ovvero lo 0,04% dei mari britannici. Il dato arriva da un’indagine pubblicata nei giorni scorsi da Oceana UK, e misura la distanza tra la designazione formale di uno spazio protetto e la sua tutela reale.

La protezione che non c’è

Tre quarti delle valutazioni ufficiali per questi siti identificano la pesca a strascico come una minaccia da gestire. Il riconoscimento del problema, quindi, esiste: è scritto nei documenti, certificato dalle autorità, ripetuto in ogni assessment. Ma non si traduce in divieti. Su 113 aree destinate alla protezione di cetacei e uccelli marini, nessuna — il numero è zero — garantisce una protezione completa dalla pesca a strascico per balene, delfini o focene sull’intero sito. Per gli uccelli marini, solo due aree hanno divieti estesi a tutto il perimetro. Messe insieme, come detto, non raggiungono la superficie dell’Isola di Wight.

Il meccanismo è noto da anni. Un’Area Marina Protetta viene designata con un perimetro e una lista di specie da tutelare, ma le restrizioni alla pesca vengono negoziate caso per caso, zona per zona, attrezzo per attrezzo. La designazione esiste sulla carta; in acqua, la rete a strascico continua a passare. Secondo quanto riportato da Oceana UK, nessuna delle aree per cetacei è completamente protetta dalla pesca a strascico sull’intero sito. E le due aree per uccelli marini che lo sono rappresentano l’eccezione che conferma la regola.

Intanto il contatore delle vittime continua a salire. Nei Mari Celtico e Irlandese, si stima che 118 focene comuni vengano uccise ogni anno dalle reti a strascico: una cifra che supera le soglie di sicurezza per mantenere una popolazione sostenibile. Non è un danno collaterale sporadico, ma un prelievo sistematico che la designazione di «area protetta» avrebbe dovuto fermare.

Le promesse sulla carta, la realtà in mare

Il governo britannico non è rimasto del tutto immobile. A giugno dell’anno scorso si è impegnato a vietare la pesca a strascico in 41 aree marine protette, per un totale di circa 30.000 chilometri quadrati. Un impegno significativo, il primo di questa portata nelle acque del Regno Unito. Ma dall’annuncio a oggi — sono passati tredici mesi — non ci sono stati divieti effettivi.

Nel frattempo il resto d’Europa accelera. L’Unione Europea ha fissato l’obiettivo di bandire la pesca a strascico in tutte le sue aree marine protette entro il 2030. Svezia e Grecia, scriveva lo scorso settembre il Guardian, l’hanno già vietata. Il Regno Unito, fuori dall’UE dal 2020, non è vincolato dalla tabella di marcia comunitaria e procede con i propri tempi. Che al momento significano: zero divieti operativi nelle 113 aree designate per le specie più iconiche.

Alec Taylor, direttore delle politiche e della ricerca di Oceana UK, ha usato parole nette in un’intervista con Mongabay: «Il governo sta giocando su due tavoli», ha detto, accusando l’esecutivo di essere «subdolo» nel gestire la questione. La critica coglie un nodo politico reale: annunciare divieti in 41 aree mentre si lascia che la stragrande maggioranza delle zone protette resti di fatto aperta alla pesca a strascico consente di rivendicare un impegno senza scontentare nessuno, almeno nell’immediato.

Eppure il consenso tra i pescatori stessi è più ampio di quanto la lentezza politica lasci credere. In Inghilterra, l’80% dei pescatori concorda sul fatto che la conservazione e il ripristino dell’ambiente marino siano importanti per la sicurezza del proprio lavoro. Otto su dieci. Un dato che ribalta lo stereotipo del conflitto irriducibile tra pesca e conservazione e suggerisce che lo spazio politico per agire esiste, se si ha la volontà di occuparlo.

Il conto per focene e pescatori

Il conto, intanto, lo pagano le specie che quelle aree avrebbero dovuto proteggere. Centodiciotto focene l’anno solo nei Mari Celtico e Irlandese, un tasso di mortalità che eccede la soglia di sostenibilità biologica. E il conto, in prospettiva, lo pagheranno anche i pescatori: un ecosistema impoverito dalla pesca a strascico è un ecosistema che produce meno, anno dopo anno. La posta in gioco non è soltanto la sopravvivenza di una specie simbolo, ma la tenuta di un intero sistema da cui dipendono migliaia di posti di lavoro lungo le coste britanniche.

La distanza tra il Regno Unito e i vicini europei è destinata ad allargarsi. Con l’UE che punta al divieto totale entro il 2030 e paesi come Svezia e Grecia che l’hanno già adottato, lo stallo britannico rischia di trasformare le acque del Regno Unito in un’anomalia normativa: aree che sulla carta sono protette, ma che in pratica restano accessibili a uno degli attrezzi di pesca più distruttivi. Il numero da tenere d’occhio, da qui al 2030, è uno solo: quante delle 41 aree promesse vedranno davvero un divieto, e quando. Al momento, tredici mesi dopo l’annuncio, la risposta è zero.