La proposta di Sullivan cita il task force del 2022 ma ne ignora l’urgenza

La facciata della riduzione

Il disegno di legge si presenta con un’architettura rassicurante: divieto di importare prodotti ittici da Russia e Cina, obbligo di installare dispositivi di esclusione del salmone su tutte le navi per pollock, e un richiamo all’Alaska Salmon Task Force Act, firmato nel dicembre 2022. Il comunicato stampa parla di «misure comprovate di riduzione delle catture accessorie» e di standard di sostenibilità che i concorrenti stranieri non rispettano. Sembra una risposta decisa a un problema che da anni logora i piccoli pescatori dell’Alaska e le comunità indigene che dipendono dal salmone per sopravvivere.

Ma se la rete strascica comunque sul fondale, a cosa servono i dispositivi di esclusione? Gli strumenti obbligatori previsti dal disegno di legge intervengono solo su una parte del problema — separare il salmone dal pollock durante la fase di traino — ma ignorano la causa strutturale: l’attrezzatura cosiddetta «pelagica» che nella maggior parte dei lanci funziona, di fatto, come una rete a strascico di fondo. Senza limiti geografici stringenti sull’area in cui è consentito calare le reti, l’obbligo tecnologico rischia di diventare un cerotto su una ferita che continua a sanguinare.

L’ombra del 2024

Per capire cosa manca davvero in questo disegno di legge bisogna tornare indietro di due anni. Già nel maggio 2024, quando era deputata alla Camera, Mary Peltola — democratica, prima nativa dell’Alaska eletta al Congresso — aveva presentato due progetti di legge per limitare le catture accidentali di salmone nel Mare di Bering. Quelle proposte contenevano tre elementi che nella versione di Sullivan sono stati annacquati o cancellati del tutto: priorità di accesso per i piccoli pescatori ai fondi per l’acquisto di attrezzature anti-bycatch, confini geografici vincolanti per la pesca a strascico, e un finanziamento di 6 milioni di dollari in più destinato al programma NOAA per l’ingegneria della riduzione delle catture accessorie.

La legislazione di Sullivan, secondo l’analisi pubblicata da The Alaska Current il 30 giugno scorso, riprende l’impalcatura di quella di Peltola ma la ammorbidisce nei punti che pesano di più: meno tutele per le piccole imprese familiari, meno risorse per la ricerca, più margine per la grande pesca industriale. E la coincidenza temporale non è casuale: Peltola è oggi l’avversaria di Sullivan nella corsa al Senato del 2026. Il Bycatch Reduction Act non è solo una proposta normativa — è la prima mossa di una campagna elettorale in cui la protezione del salmone diventa terreno di scontro diretto.

Vincitori e vinti

Il calcolo politico è limpido. Sullivan si mette il cappello della lotta al bycatch senza scontentare i finanziatori dell’industria. I grandi operatori del pollock mantengono sostanzialmente le mani libere. Le piccole imprese familiari — quelle che Peltola cercava di privilegiare nell’accesso ai fondi — restano in coda dietro alle multinazionali con fatturati milionari. E il salmone? Il salmone non ha un comitato elettorale.

Intanto, l’Alaska Salmon Task Force Act del 2022 — che avrebbe dovuto produrre raccomandazioni vincolanti per proteggere la risorsa — giace dimenticato in un cassetto del Congresso. Nessuno ne parla più, nessuno lo rilancia. Il disegno di legge di Sullivan lo cita come precedente illustre, ma non ne riprende né lo spirito né l’urgenza. Con il Task Force Act evaporato dai radar politici e una norma edulcorata in corsa verso l’approvazione, il futuro del salmone dell’Alaska resta appeso a un filo. Anzi, a una rete.

Mentre i due contendenti si scambiano proposte sempre più diluite, il fondale del Mare di Bering continua a essere raschiato decine di volte al giorno. E a novembre, quando gli elettori andranno alle urne, il salmone non voterà.