Le reti fungine sotterranee si estendono per 110 quadrilioni di chilometri e sequestrano un miliardo di tonnellate di carbonio l’anno

Nel 1997 la scienziata forestale canadese Suzanne Simard, oggi professoressa all’Università della British Columbia, mise a punto un esperimento tanto semplice quanto dirompente: utilizzò isotopi rari di carbonio come traccianti per misurare il flusso di nutrienti tra specie arboree diverse. Il risultato fu che betulle e abeti di Douglas, due specie che chiunque considererebbe in competizione, in realtà condividono carbonio attraverso una rete sotterranea di filamenti fungini. Non si trattava di una semplice curiosità botanica: sotto la superficie del bosco si estendeva un’infrastruttura biologica capace di connettere le piante in un sistema di scambio attivo. Ventinove anni dopo, sappiamo che queste autostrade sotterranee di funghi micorrizici arbuscolari si estendono per 110 quadrilioni di chilometri e sequestrano 1 miliardo di tonnellate di carbonio all’anno — un dato che ha acceso l’interesse di chi studia il ciclo del carbonio atmosferico. Ma la distanza tra la poesia dell’albero madre e la solidità delle evidenze sul campo è più ampia di quanto i titoli lascino intendere.

Come funziona la ‘wood-wide web’

Simard ha dedicato decenni a studiare quelli che ha chiamato alberi hub, o alberi madre: gli esemplari più grandi e antichi di una foresta, che fungono da nodi centrali per vaste reti micorriziche sotterranee. Il meccanismo di base è una simbiosi: i funghi colonizzano le radici delle piante e, in cambio di zuccheri prodotti dalla fotosintesi, estendono le proprie ife nel terreno moltiplicando di ordini di grandezza la superficie di assorbimento radicale. Questo consente alla pianta di accedere a nutrienti minerali — fosforo e azoto in primis — che altrimenti resterebbero indisponibili. La scoperta chiave di Simard è stata che il collegamento non è solo verticale, tra fungo e singola pianta, ma anche orizzontale: i filamenti fungini creano ponti fisici tra le radici di alberi diversi, anche di specie distanti. Un albero madre può infettare le piantine circostanti con i funghi simbionti, fornendo loro i nutrienti necessari per crescere in condizioni di luce scarsa. È un’immagine che rovescia la narrazione darwiniana del bosco come arena competitiva: qui c’è un’infrastruttura di trasporto e segnalazione che ridistribuisce risorse in base agli squilibri di domanda e offerta. Simard, cresciuta sulle Monashee Mountains della Columbia Britannica prima di conseguire il dottorato in scienze forestali alla Oregon State University, ha costruito la sua carriera attorno a questa intuizione, identificando negli alberi più vecchi i regolatori dell’intero sistema.

La promessa e lo scetticismo

In una foresta temperata occidentale, il 50% del carbonio dell’ecosistema è immagazzinato nel suolo e il 50% nella biomassa fuori terra. È una ripartizione che rende evidente quanto il sottobosco conti almeno quanto le chiome. Le reti fungine, con il loro miliardo di tonnellate di carbonio sequestrato ogni anno, sembrerebbero candidate ideali per strategie di mitigazione climatica basate sulla gestione forestale. Ma qui i numeri incontrano un ostacolo. Nel 2023 tre pubblicazioni firmate da esperti del settore hanno messo in discussione la solidità delle affermazioni più diffuse sulle reti micorriziche comuni: l’ubiquità nelle foreste, il trasferimento di nutrienti tra piante attraverso le reti, la presunta funzione di allarme tra alberi. Il verdetto è stato netto — alcune narrazioni sulla wood-wide web avrebbero superato le osservazioni sul campo disponibili. Simard ha risposto alle critiche in un articolo di opinione pubblicato nel 2025, ma il confronto resta aperto e rivela un problema strutturale: la difficoltà di condurre esperimenti controllati su sistemi che operano su scale temporali di secoli e con migliaia di variabili interconnesse.

Nel frattempo il contatore corre in senso opposto. Solo il 3% delle foreste primordiali della Columbia Britannica è rimasto in piedi — il resto è stato tagliato. Quando si pratica il taglio raso, circa il 70% del carbonio totale dell’ecosistema viene rilasciato in atmosfera: non solo la biomassa fuori terra, ma anche il 60% di quanto immagazzinato nel suolo forestale. E dei tronchi asportati, solo il 25% finisce in prodotti a lunga durata; la maggior parte diventa carta e cartone che si degradano entro l’anno di raccolta. In pratica, stiamo dissipando stock di carbonio che si sono accumulati per millenni in cambio di imballaggi che dureranno qualche mese. Il paradosso è sotto gli occhi: dibattiamo sulla reale efficienza delle reti micorriziche mentre continuiamo a distruggere gli unici laboratori viventi in cui potremmo verificarne il funzionamento.

Cosa cambia sul campo

Qualche dato concreto esiste. In parcelle sperimentali dove gli alberi madre sono stati lasciati in piedi e la vegetazione è stata libera di rinnovarsi, il suolo forestale è passato da 70 tonnellate di carbonio per ettaro a 20 due anni dopo il taglio, per poi risalire a 40 tonnellate in soli tre anni. Non è un recupero completo — mancano ancora 30 tonnellate — ma la traiettoria indica che preservare i nodi della rete accelera il riassorbimento del carbonio nel suolo. Sono misurazioni che parlano il linguaggio della fisica: tonnellate, ettari, anni. Non metafore. E sono misurazioni che convivono con il sapere delle comunità indigene: alcuni degli alberi madre più antichi, chiamati sister cedars dalla nazione Ma’amtagila, hanno 4.000 anni e attorno a sé generazioni di cedri giovani cresciuti nei secoli. Alberi che sono hub di carbonio e di biodiversità, ma anche riferimenti culturali per chi abita quelle terre da prima che la scienza occidentale formulasse la nozione di micorriza.

La domanda che resta aperta non è se la wood-wide web esista — sappiamo che esiste, ne conosciamo la rete fisica e le dimensioni — ma quanto sia affidabile come strumento di sequestro su scala globale e con quali tempi di risposta. Finché i modelli non saranno sufficientemente robusti da guidare decisioni operative, la scelta più prudente ha il volto dei giganti antichi: ogni albero madre abbattuto è un hub di carbonio e biodiversità che perdiamo per sempre. E per foreste che hanno impiegato quattro millenni a costruire i propri bilanci, il dibattito scientifico non può essere un alibi per rimandare.