L’Accordo di Parigi lo riconosce come pilastro, ma l’accesso alla protezione climatica dipende da rating e prestiti bancari

Nel 2018, secondo CDP, l’85% delle città ha segnalato gravi interruzioni legate al clima: inondazioni improvvise, ondate di calore, siccità. Otto anni dopo, il paradosso resta lì, raccontato anche da una ricognizione pubblicata da Lifegate a inizio agosto: l’adattamento è riconosciuto come pilastro dell’Accordo di Parigi, ma non è chiaro se comporti un diritto esigibile. In mezzo c’è un mercato del debito che premia le città più bancabili.

Il paradosso del diritto fantasma

L’Accordo di Parigi ha indicato adattamento, mitigazione e compensazione per perdite e danni come pilastri centrali di una politica climatica giusta. Il problema, però, è che tra il principio e la tutela c’è un vuoto. Come nota un’analisi accademica, non è chiaro se l’adattamento comporti un diritto all’adattamento, cioè se alcune persone abbiano titolo, per ragioni di giustizia, a potersi adattare al cambiamento climatico. In altre parole: sappiamo che il clima sta colpendo le città, sappiamo che l’adattamento serve, ma è difficile rivendicarlo come un diritto davanti a un giudice o a un’amministrazione.

Il dato dell’85% apre una contraddizione che non si è chiusa. Se il diritto non c’è, chi agisce lo fa con gli strumenti disponibili, e gli strumenti disponibili sono quasi sempre debito: obbligazioni, prestiti, linee di credito. Non un diritto universale, ma un accesso condizionato alla finanza.

Due città, due debiti

La finanza, intanto, si è mossa. Nel 2017, in piena siccità, Città del Capo ha emesso la sua prima obbligazione verde, destinata a progetti allineati agli obiettivi di sostenibilità della città per adattarsi e mitigare il cambiamento climatico. È lo strumento del mercato dei capitali: serve un rating, serve un progetto che possa convincere gli investitori, serve la capacità di ripagare il debito con interessi.

Nel 2018, stando alla scheda della Cities Climate Finance Leadership Alliance, la Banca europea per gli investimenti ha firmato un prestito da 55 milioni di euro (58 milioni di dollari) per sostenere la strategia di resilienza di Atene al 2030 attraverso un Natural Capital Finance Facility. La stessa linea ha stanziato 5 milioni di euro (5,3 milioni di dollari) per progetti di adattamento: rivitalizzare una foresta urbana, stabilizzare la gestione dell’acqua, creare corridoi verdi e piazze per abbassare le temperature e migliorare la qualità dell’aria. Anche qui, il punto non è il progetto in sé, che è sensato, ma il meccanismo: la protezione dal clima arriva perché c’è una banca pubblica disposta a finanziarla e un capitale naturale già riconosciuto come bancabile.

I due casi mostrano bene la differenza tra un obbligo e un’opportunità. Città del Capo è passata dal mercato; Atene dalla BEI. Entrambe hanno avuto accesso a risorse perché avevano progetti strutturati e interlocutori finanziari solidi. Ma questo premia solo chi ha rating, capitale naturale misurabile e capacità negoziale. Non è una regola generale: è una casistica.

Chi resta fuori dal capitale naturale?

I numeri di Città del Capo e Atene sollevano una domanda più ampia. Se l’adattamento non è un diritto, l’accesso alla protezione climatica dipende dalla capacità finanziaria locale. Una città con un bilancio fragile, senza rating o con progetti difficili da trasformare in flussi di cassa, non può emettere un green bond; difficilmente può negoziare un prestito con la BEI; spesso non ha nemmeno un capitale naturale da proporre come garanzia o come progetto a rendimento. Resta fuori, anche se è tra le più esposte.

La riflessione accademica lo dice in modo più netto: se alcune persone hanno diritto, per giustizia, a potersi adattare, allora la questione non è solo tecnica né solo finanziaria. Ma finché quel diritto non è esigibile, il vuoto viene riempito da strumenti volontari e da operazioni caso per caso. Il risultato è una finanza a macchia di leopardo: abbondante dove ci sono rating e progetti, assente dove la vulnerabilità è più alta.

La domanda resta aperta. Cosa succede a chi non può emettere un bond o negoziare con la BEI? Se la risposta è «nulla», allora l’adattamento non è un pilastro universale: è un privilegio finanziario per poche città. E il resto? aspetta il prossimo evento estremo.