Meno dell’1% dei fondi clima va a progetti guidati da giovani, con 65 milioni di bambini a rischio.
A fine luglio, un reportage di Mongabay ricostruiva la storia di un adolescente keniano e, nel farlo, metteva in fila due numeri che insieme non tornano. Da un lato, come ricorda Collins Otieno, direttore dell’Africa Youth Climate Fund, meno dell’1% dei finanziamenti internazionali per il clima arriva a progetti guidati da giovani e bambini. Dall’altro, secondo l’UNICEF, oltre 65 milioni di bambini — quasi uno su quattro — sono già esposti a tre o più rischi climatici sovrapposti, tra siccità, incendi, inondazioni e tempeste tropicali. A fine settembre 2026 quei numeri restano il punto di partenza.
Il 99% che non arriva
Il dato dell’1% firmato da Collins Otieno non è un dettaglio: mostra che la geografia dei finanziamenti non coincide con la geografia dell’esposizione. L’UNICEF conta oltre 65 milioni di bambini già dentro tre o più rischi climatici sovrapposti; non una proiezione, ma una fotografia. Mettendo i due numeri uno accanto all’altro, il paradosso è lineare: chi subisce di più riceve meno. E allora viene da chiedersi chi, in concreto, stia facendo il lavoro sul campo.
Alberi contro assegni
La risposta arriva dai numeri di chi pianta, non da quelli dei bilanci. Baraka Moruri, adolescente keniano, ha piantato più di 7.600 alberi negli ultimi quattro anni con l’aiuto di famiglia, amici e organizzazioni private. Già nel novembre 2023, una camminata per il clima a cui hanno partecipato almeno 700 sostenitori si è chiusa con la messa a dimora di oltre 2.000 alberi. Sono cifre piccole se confrontate con le campagne nazionali, ma raccontano un’attivazione che parte dal basso.
Il Kenya ha però trasformato la piantumazione comunitaria in politica pubblica: la missione nazionale punta a ripristinare 10,6 milioni di ettari di paesaggi degradati e a portare la copertura arborea al 30% entro il 2032, con una campagna ufficiale da 15 miliardi di alberi nello stesso orizzonte. In Uganda, Baraka, studente di scienze ambientali, punta a piantare un milione di alberi per contrastare la crisi climatica nel suo Paese. La spinta non è isolata: è una rete di iniziative giovanili che cresce anche dove i fondi internazionali non arrivano.
Il contrasto diventa misurabile quando si guarda ai fondi. Per colmare il divario servirebbero circa 381 milioni di dollari all’anno per i gruppi guidati da giovani in altri paesi: è la stima di Youth Climate Justice Fund e ClimateWorks Foundation. In altre parole, il lavoro dal basso — migliaia di alberi, camminate, reti di volontari — pesa poco rispetto a quanto servirebbe per portarlo a scala. Non è una questione di quantità di impegno, ma di accesso ai finanziamenti.
L’eredità di Wangari
Questa spinta dal basso ha radici profonde. Wangari Maathai, fondatrice del Green Belt Movement e premio Nobel per la pace nel 2004, è stata pioniera della piantumazione comunitaria in Kenya. Già nel 2010, l’iniziativa Plant Your Age chiedeva a persone di ogni estrazione di piantare alberi pari alla propria età, lavorando per la copertura del 10% prevista dalla Costituzione keniana del 2010 e da Vision 2030. Dalla campagna nazionale dei 15 miliardi di alberi al Plant Your Age, il Kenya ha mostrato che la piantumazione comunitaria può diventare politica. Il prossimo passo non è piantare di più, ma far arrivare i fondi a chi pianta. Il target di Baraka in Uganda — un milione di alberi — è una cifra concreta; il numero da tenere d’occhio resta il divario da 381 milioni di dollari all’anno.




