Lo studio replica la sottostima del sostegno generale, ma sui gesti concreti le persone sovrastimano gli altri

C’è una convinzione diffusa nella comunicazione climatica: il mondo sottovaluta quanto gli altri vogliano agire per il clima. È una narrazione robusta, che ha guidato campagne di messaggistica e strategie di sensibilizzazione. Ma i risultati di cinque esperimenti preregistrati con 5.081 partecipanti, pubblicati lo scorso luglio su Nature Climate Change, mostrano una crepa inattesa: sui gesti reali e rari, come donare o impegnarsi politicamente, le persone sovrastimano gli altri, non li sottovalutano.

È il paradosso al centro del lavoro — condotto con ipotesi e piano di analisi fissati prima della raccolta dati — la sottostima del sostegno generale esiste e viene replicata, ma accanto a essa convive l’errore opposto. La narrativa classica dell’ignoranza pluralistica va corretta, non rottamata.

La crepa nell’ignoranza pluralistica

Ecco il dettaglio che fa la differenza. Lo studio non si limita a replicare la sottostima del sostegno pubblico generale all’azione climatica, un risultato già consolidato. Il dato inatteso è la compresenza dell’errore opposto: i partecipanti hanno significativamente sovrastimato quante altre persone donavano denaro per la protezione del clima o erano politicamente attive. Per i comportamenti reali e rari — donare, impegnarsi politicamente — le persone sovrastimano anziché sottostimare gli altri, invertendo la classica narrativa dell’ignoranza pluralistica.

I due errori convivono: da un lato sottovalutiamo il consenso generale, dall’altro sopravvalutiamo quanto gli altri siano già impegnati in gesti concreti. La conclusione dei ricercatori è secca: l’ignoranza pluralistica nel dominio climatico potrebbe essere più complessa e meno consequenziale di quanto si pensasse in precedenza. Ma perché questi errori apparentemente opposti convivono? La risposta non sta nella volontà politica, ma nei meccanismi cognitivi di base.

Stime di proporzioni, non ideologia

Il punto non è cosa pensiamo del clima, ma come stimiamo le proporzioni. I ricercatori hanno trovato che le stime errate derivano principalmente da processi cognitivi generali nella stima delle proporzioni. Non è una questione di schieramento ideologico: è un problema di calcolo nel modo in cui approssimiamo le frequenze relative, che colpisce tutti in modo simile.

Già nel 2024, un sondaggio su 125 paesi e circa 130.000 intervistati pubblicato su Nature Climate Change aveva documentato che le persone in tutto il mondo sottostimano sistematicamente la volontà dei concittadini di agire per il clima, evidenziando un fenomeno di ignoranza pluralistica. Il fatto che il difetto emerga su scala globale e, ora, anche nella direzione opposta per i comportamenti rari, indica una distorsione sistemica, non legata a credenze particolari. Se l’errore è aritmetico, verrebbe da pensare che basti correggerlo. I dati sperimentali raccontano un’altra storia.

Correggere non basta: cosa cambia davvero sul campo

Il test era ambizioso: se correggi le percezioni errate, aumenta anche l’azione reale? Dai dati la risposta è modesta. Correggere le percezioni errate ha influenzato soltanto in parte la volontà di donare auto-riferita, ma non le donazioni effettive: la correzione non ha aumentato la disponibilità a donare denaro per la protezione del clima. Come spiega Tiede, «our results suggest that correcting misperceptions alone is not enough to promote actual climate protection behaviour»: correggere da sole le percezioni errate non è sufficiente a promuovere un effettivo comportamento di protezione del clima.

Anche il mondo politico parte da stime errate. I politici tedeschi in carica sottostimano l’accettazione pubblica di tasse e leggi sul clima e la disponibilità a contribuire con l’1% del reddito per mitigare il cambiamento climatico. Se chi decide le politiche parte da una percezione distorta di ciò che l’opinione pubblica è disposta ad accettare, la leva comunicativa va ridimensionata.

E c’è un secondo dato che frena l’entusiasmo: un intervento che esponeva i partecipanti all’opinione pubblica rappresentativa sui cambiamenti climatici non è stato molto efficace nel promuovere comportamenti più ecologici, sostegno alle politiche climatiche o espressione di opinioni. Che cosa resta, allora, a chi progetta interventi di comunicazione climatica quando la semplice correzione delle percezioni non produce comportamenti?

La prossima volta che si invoca l’ignoranza pluralistica per spiegare l’inazione climatica, ricordiamoci che il quadro è a due facce: la correzione delle percezioni può orientare le opinioni, ma non accende da sola i gesti concreti. Il campo è più accidentato di quanto promettessero le narrazioni semplici.