Il commissario unico presenta il bilancio: 400-500 milioni di metri cubi recuperati contro il 40% degli altri Paesi Ue

A fine luglio 2026, mentre in Sicilia occidentale si celebravano le diciotto opere consegnate su 44 in lavorazione, il dato che resta scomodo è un altro: secondo Gilberto Pichetto Fratin, su circa dieci miliardi di metri cubi di acque reflue prodotte ogni anno, l’Italia ne recupera appena 400-500 milioni. Il 5-6% torna in circolo; il resto è una risorsa che finisce altrove. La fotografia emerge dal bilancio dei tre anni di mandato del commissario unico per la depurazione, presentato al Senato proprio in quei giorni.

Il confronto con il resto d’Europa rende il numero ancora più difficile da giustificare. Lo stesso Pichetto Fratin ha segnalato che altri grandi Paesi dell’Unione raggiungono percentuali di riuso vicine al 40%. In altre parole, il 5-6% italiano non è un limite tecnico: è un ritardo di esecuzione. E i ritardi, quando si parla di depurazione, si pagano due volte: in risorsa idrica persa e in sanzioni europee che continuano a correre.

Il paradosso dei 3 miliardi

La scala dell’intervento pubblico non è il collo di bottiglia. L’attività commissariale coinvolge investimenti per circa tre miliardi di euro e interessa complessivamente sei milioni di persone, come ha ricordato Gianni Rosa. Una cifra che trova riscontro anche nelle ricognizioni più recenti, che parlano di oltre 3 miliardi di euro di interventi per la depurazione delle acque reflue. Di denaro, insomma, ce n’è, ed è stato messo a disposizione in quantità rilevante.

Il dato europeo aiuta a ridimensionare la lettura. Ogni anno nell’Unione vengono trattati più di 40.000 milioni di metri cubi di acque reflue, ma solo il 2,4% è ulteriormente trattato per essere riutilizzato, secondo il sistema informativo europeo sull’acqua. L’Italia, con il suo 5-6%, fa meglio della media continentale, ma resta molto lontana dai grandi Paesi che hanno chiuso il ciclo, dove le percentuali si avvicinano al 40%. Il punto è che il confronto corretto non è con la media dell’Unione: è con chi ha già trasformato la depurazione in riuso.

Se i soldi ci sono, se i commissari lavorano e se il divario rispetto ai migliori non è incolmabile, perché il risultato resta fermo al 5-6%? La risposta non sta nella quantità delle risorse stanziate, ma nella velocità con cui vengono trasformate in cantieri chiusi e collaudati. È la distanza tra il bandito e il consegnato a fare la differenza.

Napoli Est, 1973: il cantiere che spiega tutto

La domanda trova una risposta in un singolo impianto: Napoli Est. Programmato nel 1973, del valore di circa 152 milioni di euro, è destinato a servire 860 mila abitanti e tredici Comuni oltre Napoli. Eppure non è ancora completato. Vincenzo Belgiorno lo ha ricordato a fine luglio, quantificando in circa 8,5 milioni di euro l’anno la sanzione europea che l’Italia continua a pagare per quel ritardo. Un’opera avviata più di cinquant’anni fa, ancora non finita, che produce un costo costante.

Il caso Napoli Est è finito davanti alla Corte di giustizia europea. Già nel marzo 2025, la Corte di giustizia europea ha emesso una nuova sentenza nella causa C-515/23, relativa al mancato adempimento degli obblighi della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane. La Commissione europea, fin dall’agosto 2023, aveva chiesto una penalità giornaliera di 122.760 euro e una somma forfettaria minima di 9,548 milioni di euro, pari a 13.640 euro al giorno.

La giustapposizione è impietosa. Un’opera da 152 milioni di euro, programmata oltre cinquant’anni fa, genera una sanzione annua stimata in circa 8,5 milioni. Se il ritardo non fosse un incidente amministrativo ma una costante strutturale, il costo dell’inerzia finirebbe per superare il costo del cantiere. E Napoli Est non è un caso isolato: è la fotografia di un problema che si ripete, con intensità diverse, lungo tutta la penisola.

Il 2027 si gioca sui cantieri, non sui bandi

I numeri più aggiornati raccontano una macchina che si è messa in moto, ma che deve ancora trasformare le gare in opere chiuse. In Sicilia occidentale, ha spiegato Salvatore Cordaro, in tre anni sono state consegnate 18 opere sulle 44 in lavorazione, con circa altre 20 in dirittura d’arrivo. In Calabria, Antonino Daffinà ha aggiunto che la quasi totalità degli interventi è stata portata alla fase di gara o all’esecuzione dei lavori, per un valore complessivo di circa 350 milioni di euro.

Sono numeri che dicono una cosa sola: il problema non è quanti milioni si stanziano, ma quanti di questi cantieri passeranno da “in dirittura d’arrivo” a “consegnati” prima che la prossima sentenza europea arrivi. Il 2027, da questo punto di vista, si giocherà sui tempi di chiusura dei cantieri, non sull’ammontare dei nuovi bandi. Il margine di errore è ormai ridotto.

Nei prossimi mesi, il numero da tenere d’occhio non sono i tre miliardi stanziati, ma la quota dei 44 cantieri siciliani che chiuderà davvero. Ogni giorno di ritardo, secondo la richiesta della Commissione europea, costa all’Italia 122.760 euro. È questa la metrica che, più di qualsiasi bilancio celebrativo, dirà se il riuso delle acque reflue italiane è finalmente uscito dal 5%.