Lo stesso gas che l’Uganda ora promette di convertire in biogas e fertilizzante ha già seppellito più di 70 case in una sola notte: trentaquattro corpi recuperati, oltre venti persone ancora disperse, circa 220 residenti rimasti senza casa. Secondo i funzionari, a innescare la frana della discarica di Kiteezi fu un’esplosione di metano. E intanto, secondo uno studio pubblicato su Nature, in Africa il tasso di raccolta dei rifiuti è fermo al 36%, mentre oltre il 90% viene smaltito in discariche non controllate o bruciato a cielo aperto. È il paradosso di una strategia che corre su due binari: da un lato il metano è un killer, dall’altro è la risorsa che l’Uganda vuole valorizzare.
La discarica che uccide, il gas che promette
La cronaca di Kiteezi racconta cosa succede quando la frazione organica non viene gestita. Secondo la ricostruzione della tragedia, tonnellate di rifiuti sono precipitate lungo il pendio seppellendo decine di abitazioni. Il bilancio è di 34 corpi recuperati, più di 20 dispersi e circa 220 sfollati. Il collasso della discarica non è un’anomalia: è il punto di arrivo di un sistema che non separa la frazione organica. Non è un incidente isolato: a livello globale, discariche e siti di smaltimento non controllati producono circa il 20% delle emissioni dirette di metano di origine antropica. In Africa, con solo il 36% di raccolta, la questione non è solo climatica ma di sicurezza pubblica. Se il problema è così letale, cosa cambia quando gli scarti organici vengono gestiti come risorsa?
Cosa diventano i rifiuti: 1,3 MtCO2e, 271.102 ettari, 628.000 pasti
Il paradosso ha un rovescio. La stessa frazione organica può essere compostata e trasformata in biogas. Il progetto Strategy for Organic Waste Management Uganda (SOWU) è una risposta a una richiesta del governo ugandese, arrivata attraverso il Ministero dell’Acqua e dell’Ambiente e la National Environment Management Authority. I numeri del potenziale, calcolati nello studio, sono notevoli: combinando più interventi si potrebbero evitare fino a 1,3 milioni di tonnellate di emissioni di metano equivalenti a CO2 all’anno entro il 2035; il compost prodotto basterebbe a fertilizzare circa 271.102 ettari di mais; il biogas generato potrebbe sostenere la preparazione di circa 628.000 pasti all’anno. Tradotto in pratica, significa costruire una filiera di raccolta, trattamento e riuso che oggi, con il 36% di raccolta e oltre il 90% di smaltimento incontrollato, non esiste.
Ma i numeri restano sulla carta finché non si confrontano con gli impegni nazionali e globali: chi controlla che succeda davvero?
Impegni globali, conti locali
Dietro i pasti e gli ettari ci sono promesse internazionali. Alla COP29, oltre 30 paesi si sono impegnati a ridurre il metano dai rifiuti organici come il cibo. La Dichiarazione sulla riduzione del metano dai rifiuti organici sostiene impegni precedenti, tra cui l’iniziativa LOW-Methane per tagliare 1 milione di tonnellate metriche di emissioni annuali del settore rifiuti e il Global Methane Pledge per ridurre tutte le emissioni globali di metano almeno del 30% entro il 2030. Il GMP Waste Pathway, lanciato nel novembre 2022, punta a ridurre le emissioni lungo la catena del valore dei rifiuti solidi.
Nel frattempo, l’Uganda ha un obiettivo nazionale: ridurre le emissioni nette di gas serra del 24,7% rispetto ai livelli business as usual entro il 2030, pari a una riduzione assoluta di 36,75 MtCO2e. Questo impegno si misura contro una realtà in cui la raccolta è ferma al 36% e oltre il 90% dei rifiuti finisce in discariche non controllate o bruciato. Con quali risorse e con che tempi si passa dai target alle strade dell’Uganda?
L’Uganda ha un target, un progetto e una strategia: riuscirà a portare la raccolta oltre il 36% prima che un’altra discarica esploda?




