Il confronto tra Spagna e Italia mostra il costo concreto di ogni ritardo autorizzativo

In Spagna, nella prima metà del 2025, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è stato del 32% inferiore alla media europea — merito di eolico e fotovoltaico. In Italia, nello stesso periodo, circa 5,3 milioni di persone faticavano a pagare le bollette. E nei giorni scorsi, una lettera aperta firmata da 44 esperti, giornalisti e intellettuali ha chiesto a Greenpeace, Legambiente e WWF se sarebbero disposti a «bruciare la Gioconda per produrre energia». La risposta congiunta delle tre associazioni ha trasformato la provocazione in un caso nazionale. Il vero scontro non è tra paesaggio ed energia: è su quale costo — in bolletta, in emissioni, in orizzonti perduti — siamo disposti ad accettare.

Il paradosso della Gioconda

La lettera, promossa da Stefano Allavena e sottoscritta da 44 esperti, giornalisti e intellettuali, non usa mezze misure. Secondo i firmatari, le associazioni ambientaliste sarebbero passate dalla difesa del territorio alla promozione di impianti che lo deturpano, arrivando a scontrarsi con le Soprintendenze — quegli stessi enti con cui, per decenni, hanno condiviso battaglie per la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico. L’immagine della Gioconda data alle fiamme per alimentare una turbina è volutamente estrema, ma centra un nervo scoperto: quanto siamo disposti a modificare il paesaggio italiano in nome della decarbonizzazione? Dietro la metafora, però, ci sono cifre che scottano — e spostano il fuoco dall’estetica all’economia.

La bolletta della bellezza

I numeri che mancano nel dibattito sulla Gioconda arrivano da due fronti. Il primo è iberico. Secondo un rapporto di Ember, nella prima metà del 2025 il prezzo all’ingrosso dell’elettricità spagnola è stato del 32% inferiore alla media UE. Il meccanismo è noto: un parco di generazione rinnovabile sufficientemente ampio — in Spagna eolico e fotovoltaico hanno coperto oltre il 50% della domanda in quel semestre — spiazza progressivamente il gas negli ordini di merito del mercato elettrico, abbattendo il prezzo marginale. Non è una teoria: è il funzionamento ordinario del mercato all’ingrosso, dove il prezzo è determinato dalla fonte più costosa necessaria a coprire la domanda in ogni ora. Quando sole e vento bastano, il gas — e il suo prezzo — restano fuori.

Il secondo fronte è domestico e ha il volto di 5,3 milioni di persone. Secondo un’elaborazione della CGIA su dati Istat e OIPE, la povertà energetica in Italia riguarda circa 2,4 milioni di famiglie — un dato che le associazioni ambientaliste, nella loro risposta, arrotondano a 5 milioni di cittadini. Sono nuclei che non possono riscaldare adeguatamente la casa d’inverno o raffrescarla d’estate, che scelgono tra la bolletta e altre spese essenziali. E l’estate, intanto, accelera. Proprio nei giorni scorsi, una nuova intensa ondata di calore ha investito Italia ed Europa, con il Nord del Paese particolarmente colpito. Il Mediterraneo si riscalda più velocemente della media globale — un dato richiamato dalle stesse associazioni nella loro replica — e ogni estate anomala è un promemoria del costo dell’inazione.

Il differenziale spagnolo non è una curiosità statistica: è la misura concreta di quanto valga, sul mercato, un sistema elettrico ad alta penetrazione rinnovabile. Tradotto in termini italiani, significa che ogni ritardo autorizzativo, ogni progetto bloccato, ogni megawattora che continua a essere generato a gas invece che da fonte pulita ha un prezzo — e quel prezzo compare nelle bollette di chi già fatica a pagarle. Eppure, nessun indicatore economico dice come conciliare una pala eolica alta 200 metri con il crinale di un Appennino che Piero della Francesca dipingeva sullo sfondo dei suoi ritratti. Nessun modello di mercato risolve il conflitto tra un campo fotovoltaico da 50 ettari e il suolo agricolo che occupa.

La difesa e il nodo irrisolto

La risposta di Greenpeace, Legambiente e WWF punta dritto al triplice obiettivo che le rinnovabili, a loro dire, possono centrare: contrastare la crisi climatica, la povertà energetica e il caro bollette. Tre emergenze reali, misurabili, che nessuno — nemmeno i firmatari della lettera — nega. Ma l’argomento dell’emergenza, per quanto fondato, non risponde alla domanda di merito sollevata dalla provocazione della Gioconda: basta invocare la crisi climatica per giustificare qualsiasi progetto, ovunque, con qualunque impatto sul paesaggio? O serve un criterio — tecnico, non ideologico — per distinguere un impianto ben progettato da uno che non dovrebbe essere autorizzato?

Per chi installa e gestisce impianti — utility, sviluppatori, progettisti — la lezione dei giorni scorsi è una sola: ogni megawattora pulito immesso in rete dovrà essere misurato non solo in tonnellate di CO₂ evitata, ma anche in consenso paesaggistico conquistato sul campo. Il futuro energetico italiano non è un paradosso irrisolvibile: è un cantiere aperto, dove la qualità progettuale — la scelta del sito, l’integrazione architettonica, il dialogo con i territori — conta quanto la potenza installata.