Il progetto nel Chhattisgarh coinvolge 30.000 ettari di risaie nella tecnica dell’asciutta alternata
Ogni volta che compriamo riso, raramente pensiamo che quel chicco potrebbe essere cresciuto in una risaia allagata, producendo metano. È un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica nel breve periodo, e le risaie convenzionali lo emettono in grandi quantità. Eppure, in India, migliaia di agricoltori stanno cambiando modo di coltivare per ridurre le emissioni e guadagnare: un progetto nel Chhattisgarh punta a trasformare la riduzione del metano in crediti di carbonio vendibili, con un giro d’affari previsto di 250 crore di rupie per i coltivatori locali — circa 28 milioni di euro.
Il lato nascosto di un piatto di riso
Il meccanismo è semplice: quando una risaia resta allagata per lunghi periodi, la materia organica nel terreno si decompone in assenza di ossigeno, liberando metano. Nel solo stato del Chhattisgarh, nell’India centrale, la coltivazione convenzionale del riso è responsabile di quasi il 40% delle emissioni agricole statali a causa della produzione di metano in acqua stagnante. È un problema di cui si parla poco, ma che riguarda uno degli alimenti più consumati al mondo. La buona notizia è che esiste un’alternativa, e non richiede di smettere di coltivare riso: basta cambiare il modo di gestire l’acqua.
Il piano del Chhattisgarh: metano trasformato in reddito
La risposta arriva da uno stato indiano che ha deciso di affrontare il problema alla radice. Il progetto di carbon farming annunciato nei giorni scorsi copre due fronti. Da un lato, 80.000 ettari saranno dedicati al miglioramento del carbonio organico del suolo: in pratica, si tratta di intrappolare carbonio atmosferico nel terreno, restituendo materia organica ai suoli impoveriti e aumentando la loro capacità di trattenere acqua. Dall’altro, 30.000 ettari di risaie adotteranno la tecnica dell’asciutta alternata (Alternate Wetting and Drying, AWD): invece di mantenere i campi costantemente allagati, si alternano periodi di irrigazione a periodi di asciutta, riducendo drasticamente le emissioni di metano e nel contempo il consumo di acqua.
A gestire l’iniziativa è PRITHU, una startup climatica fondata nel 2024 che ha già raccolto 10 crore di rupie per sviluppare tecnologie di rimozione del carbonio. Per questo progetto specifico, PRITHU investirà 5 crore di rupie nell’arco di tre anni in formazione e capacity building locale: programmi di scambio per agricoltori, corsi per i giovani delle aree rurali e creazione di nuovi posti di lavoro legati alla gestione del carbonio. L’obiettivo dichiarato dall’azienda è ambizioso: catturare 20 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2030, espandendo — secondo quanto affermato dalla stessa PRITHU — i progetti basati sulla natura su 500.000 ettari di terreno nei prossimi uno o due anni.
Per gli agricoltori del Chhattisgarh, il ritorno economico previsto è significativo: l’iniziativa dovrebbe generare 250 crore di rupie di reddito aggiuntivo attraverso la vendita di crediti di carbonio verificati. Non si tratta di un sussidio una tantum, ma di un flusso di entrate legato alla capacità di dimostrare, con misurazioni affidabili, che le emissioni sono state effettivamente ridotte. L’idea di usare l’agricoltura come leva climatica non è nuova per lo stato: già nel 2012, il governo del Chhattisgarh aveva avviato una consultazione con le parti interessate per sviluppare un Piano d’Azione Statale sui Cambiamenti Climatici. Ma è solo ora, con l’ingresso di capitali privati e un mercato dei crediti di carbonio più strutturato, che il meccanismo diventa operativo su larga scala.
La corsa ai crediti di carbonio in India
Il Chhattisgarh non è solo in questa corsa. Altri stati indiani si stanno muovendo nella stessa direzione, a volte con approcci diversi. A luglio 2024, l’Uttar Pradesh è diventato il primo stato indiano a effettuare pagamenti anticipati parziali agli agricoltori per i crediti di carbonio, una mossa pensata per motivare i coltivatori a partecipare ai programmi senza dover aspettare la verifica e la vendita dei crediti. Nell’agosto 2025, l’Himachal Pradesh ha annunciato il primo programma di biochar sostenuto dallo stato in India, con un impianto a Neri, nel distretto di Hamirpur, che sarebbe dovuto entrare in funzione entro sei mesi. Il biochar — carbone vegetale prodotto dalla pirolisi di residui agricoli — è un’altra strada per sequestrare carbonio nel suolo, diversa ma complementare rispetto alla gestione dell’acqua nelle risaie.
Questa competizione tra stati, ciascuno con la propria strategia, è un segnale positivo per il mercato dei crediti di carbonio agricoli: più progetti ci sono, più dati si accumulano sulla reale efficacia delle diverse tecniche, e più il sistema diventa affidabile per chi acquista i crediti. Ma il punto critico, come sempre, è l’esecuzione: la differenza tra un progetto che arricchisce davvero gli agricoltori e uno che si perde in costi amministrativi e verifiche inefficaci sta tutta nella capacità di misurare ciò che si promette di ridurre.
Per gli agricoltori italiani, l’esperienza indiana mostra che ridurre le emissioni in agricoltura può diventare una fonte di reddito aggiuntivo, a patto di avere un sistema di crediti di carbonio verificabile e riconosciuto. Al momento in Italia non esistono progetti analoghi per le risaie — che pure rappresentano una fetta importante dell’agricoltura in Piemonte e Lombardia — ma il mercato volontario dei crediti di carbonio agricoli è in crescita anche in Europa. Per i consumatori, intanto, scegliere riso coltivato con tecniche che riducono le emissioni di metano potrebbe fare la differenza, se le etichette e le certificazioni seguiranno l’esempio di quanto sta accadendo dall’altra parte del mondo.




