Il sussidio per l’urea pesa sul bilancio statale e alimenta una dipendenza da importazioni di gas

Ogni volta che un agricoltore si presenta al banco per ritirare un sacco di urea, paga solo una frazione del suo costo reale. Il resto finisce nelle casse statali, in una bolletta che ha superato 1,71 lakh crore di rupie nell’ultimo anno fiscale, secondo un’analisi pubblicata su PV Magazine India. È una cifra che si traduce in migliaia di rupie per ogni famiglia, anche se pochi se ne rendono conto quando compilano la dichiarazione dei redditi o fanno la spesa. Ma da dove arriva questa urea e perché lo Stato spende così tanto?

Il prezzo nascosto del sacco di urea

Proviamo a immaginare la scena: un piccolo coltivatore del Maharashtra o del Punjab arriva al centro di distribuzione con il suo mezzo, consegna i documenti e ottiene il fertilizzante a un prezzo politico. Quello che non vede è il meccanismo che gli sta alle spalle. Il governo indiano copre la differenza tra il costo di produzione o importazione e quanto paga l’agricoltore, e lo fa su scala colossale. Basti pensare che l’urea serve un mercato interno che supera i 33 milioni di tonnellate all’anno. Ogni tonnellata scontata è denaro pubblico che viene dirottato lì invece che su scuole, ospedali o infrastrutture.

La domanda che sorge spontanea è: perché non produciamo tutto in casa, se la domanda è così alta?

Quanto ci costa questa dipendenza

Per capirlo, basta guardare i numeri dell’import e della produzione. Già nel 2025, l’India ha importato quasi il 27% del suo fabbisogno di urea e oltre l’80% del gas naturale utilizzato per produrre fertilizzanti. In pratica, compriamo all’estero sia il prodotto finito sia la materia prima per fabbricarlo qui. Il gas naturale è l’ingrediente fondamentale per sintetizzare l’urea, e la nostra dipendenza dalle forniture estere — spesso da regioni politicamente instabili come l’Asia occidentale — rende i prezzi vulnerabili a shock geopolitici e oscillazioni dei mercati.

Il conto lo paga lo Stato, e quindi tutti noi. I sussidi per i fertilizzanti sono diventati una voce fissa e pesante del bilancio agricolo, e nell’anno fiscale 2024-25 la spesa ha toccato il record di 1,71 lakh crore di rupie. È una somma che equivale a circa il 7% dell’intero bilancio annuale dell’Unione, stando alle stime di confronto con gli anni passati. Se si considera che una parte rilevante di quei soldi finisce all’estero per pagare importazioni, il problema non è solo fiscale: è anche una questione di sovranità economica.

Eppure, qualcuno propone di usare il mais per farne etanolo, pensando di ridurre altre importazioni. La soluzione è davvero più pulita?

Il doppio volto dell’etanolo da mais

I progetti per produrre etanolo da mais promettono di ridurre l’import di petrolio e di sostenere l’agricoltura nazionale. Sulla carta sembra una buona idea: ogni tonnellata di mais può produrre circa 400 litri di etanolo, un biocarburante che può essere miscelato con la benzina e che permetterebbe di trattenere in India una parte della spesa energetica. Peccato che la realtà sia meno rosea quando si guardano le emissioni.

Per ogni litro di etanolo prodotto vengono emessi circa 0,8 kg di CO₂. Facendo due conti veloci: una tonnellata di mais genera 400 litri, quindi 320 chilogrammi di anidride carbonica. Se si volesse sostituire anche solo una frazione dei combustibili fossili importati con etanolo nazionale, le emissioni cumulative diventerebbero significative, in un paese che sta già affrontando sfide enormi sul fronte dell’inquinamento atmosferico e della decarbonizzazione.

Non solo: spostare il mais dall’alimentazione animale o umana alla produzione di carburante crea tensioni sui prezzi alimentari e sul consumo di acqua e fertilizzanti. Il mais stesso, per essere coltivato in quantità industriali, ha bisogno di urea — la stessa che importiamo con tanta fatica. Si rischia così di innescare un circolo vizioso: per produrre etanolo serve mais, per coltivare mais serve urea, per fare urea serve gas naturale che compriamo all’estero. Invece di spezzare una dipendenza, se ne crea un’altra, magari più subdola perché mascherata da scelta verde.

Allora, cosa deve aspettarsi il cittadino? Da un lato, è probabile che i sussidi restino alti ancora a lungo, perché nessun governo vuole scontentare la potente lobby agricola aumentando all’improvviso il prezzo dei fertilizzanti. Dall’altro, le alternative come l’etanolo da mais non sono la bacchetta magica che qualcuno racconta: hanno costi ambientali e indiretti che rischiano di essere scaricati sulle bollette future, in termini di salute pubblica e di impegni climatici internazionali.

La transizione verso una produzione locale di fertilizzanti è una strada obbligata, ma il percorso non è a costo zero, né per le tasche né per l’ambiente. Ogni scorciatoia produce una sua bolletta, e prima o poi qualcuno la dovrà pagare.