Il colosso ha raggiunto il 100% di rinnovabili, ma le emissioni totali continuano a crescere
Metti che stai scegliendo un servizio cloud per il tuo progetto, o semplicemente che fai un ordine su Amazon e vedi comparire il badge «Climate Pledge Friendly». Ti fermi un attimo e ti chiedi: posso fidarmi? La realtà, come spesso accade con i grandi numeri e le promesse aziendali, è un po’ più sfumata di quanto appare. Nei giorni scorsi, secondo il rapporto di sostenibilità appena pubblicato da Amazon, il colosso ha raggiunto il 100% di elettricità da fonti rinnovabili per il terzo anno consecutivo nel 2025. Un traguardo importante, che si accompagna a una riduzione dell’intensità carbonica del 38% rispetto al 2019. Eppure, c’è un altro dato che racconta una storia molto diversa.
Il lato verde di Amazon: traguardi rinnovabili e impegni
Partiamo dai fatti, perché i numeri positivi esistono e sarebbe ingeneroso sminuirli. Lo scorso anno Amazon ha effettivamente coperto il proprio fabbisogno elettrico con energia rinnovabile per il terzo anno di fila. Un risultato che ha richiesto investimenti enormi: stiamo parlando di un’azienda che gestisce data center, magazzini, una flotta logistica planetaria e milioni di consegne al giorno. Non è poco. Sempre nel 2025, Amazon ha ridotto l’intensità carbonica del 38% rispetto al 2019: in pratica, per ogni euro di fatturato inquina molto meno di sei anni fa. Un miglioramento di efficienza che si traduce in costi operativi più bassi e, sulla carta, in un minore impatto ambientale per singola unità di business.
E non è solo una questione di energia. L’azienda ha superato con un anno di anticipo l’obiettivo di mettere su strada 10.000 veicoli elettrici per le consegne in India. AWS, la divisione cloud che da sola fattura decine di miliardi, a fine 2025 era già al 75% del percorso verso l’obiettivo «water positive» fissato per il 2030 — in parole povere, restituire più acqua di quanta ne consuma nei data center. Sul fronte sociale, poi, ha donato l’equivalente di 52 milioni di pasti: 36 milioni negli Stati Uniti e 16 milioni in Europa. Numeri che raccontano uno sforzo reale, con ricadute concrete, non solo operazioni di marketing.
Tutto questo si inserisce in un quadro più ampio, che Amazon ha contribuito a disegnare: nel 2019 ha co-fondato The Climate Pledge insieme a Global Optimism, impegnandosi a raggiungere zero emissioni nette di carbonio entro il 2040, dieci anni prima di quanto previsto dall’accordo di Parigi. Sulla carta, un impegno ambizioso e vincolante. Ma questi numeri raccontano davvero tutta la storia?
L’ombra dell’intelligenza artificiale
La risposta, purtroppo, è no. Basta guardare alle emissioni totali per accorgersi che qualcosa non torna. Nel 2024 Amazon ha emesso 80,85 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, come ha documentato un’analisi della Deutsche Welle che ha messo a confronto i giganti tecnologici. Google, per dare un termine di paragone, nello stesso anno si è fermata a 18,8 milioni di tonnellate. Sono cifre che non scendono, anzi: la corsa all’intelligenza artificiale sta spingendo la domanda di energia, acqua e infrastrutture per i data center a livelli mai visti prima. La stessa Kara Hurst, chief sustainability officer di Amazon, ha riconosciuto che l’espansione dell’IA sta creando nuove richieste di energia, acqua e infrastrutture. Il progresso tecnologico, in altre parole, si sta mangiando i progressi ambientali. E il paradosso è servito: puoi avere il 100% di rinnovabili, ma se nel frattempo i tuoi consumi energetici raddoppiano, le emissioni totali continuano a salire.
La questione non riguarda solo Amazon, ma l’intera industria tecnologica. Lo scorso anno un rapporto del NewClimate Institute e di Carbon Market Watch — pubblicato da Trellis — ha concluso che per le grandi aziende del settore gli obiettivi di riduzione delle emissioni «sembrano aver perso significato e rilevanza». Apple, Google, Meta, Microsoft: nessuna è esclusa dalla critica. Il rischio concreto è che la febbre dell’IA — con i suoi data center sempre più affamati di elettricità — svuoti di senso gli impegni climatici che queste stesse aziende hanno solennemente sottoscritto. Non è un problema di greenwashing nel senso tradizionale: gli investimenti in rinnovabili sono reali, i pannelli solari e le turbine eoliche esistono. Ma se le emissioni assolute continuano a crescere, c’è un cortocircuito tra mezzi e fini che merita di essere raccontato.
Cosa significa per te (e per il pianeta)
Arriviamo alla domanda che riguarda tutti noi: che si fa, concretamente, di fronte a queste contraddizioni? La prima mossa, forse la più efficace, è smettere di guardare solo l’etichetta. «100% rinnovabile» è un bel numero — e per certi aspetti è anche un risultato vero — ma se le emissioni totali dell’azienda a cui stai dando i tuoi soldi, o a cui affidi i tuoi dati, continuano a salire anno dopo anno, c’è qualcosa che non va. Non serve essere esperti di sostenibilità per capirlo: è come se una persona ti dicesse che mangia solo cibo sano, ma poi sale sulla bilancia e pesa dieci chili in più ogni dodici mesi. A un certo punto, la bilancia conta più delle buone intenzioni.
Se sei un’impresa che sta scegliendo un fornitore cloud, vale la pena chiedere non solo quanta energia rinnovabile viene utilizzata, ma anche qual è il trend delle emissioni complessive anno su anno. Un’azienda che riduce l’intensità carbonica ma aumenta le emissioni assolute del 10% l’anno non sta andando nella direzione giusta, qualunque sia il badge che espone in vetrina. Se sei un consumatore, puoi fare lo stesso esercizio: guarda oltre il bollino «Climate Pledge Friendly», chiediti se l’azienda sta davvero riducendo il suo impatto complessivo o se sta semplicemente compensando l’aumento dei consumi con certificati e dichiarazioni. Non si tratta di diventare scettici a tutti i costi, ma di usare un po’ di sana diffidenza: i dati ci sono, sono pubblici, basta cercarli.
Resta aperta una domanda importante: una pressione informata da parte di consumatori, imprese e investitori può davvero riportare coerenza tra le parole e le azioni dei giganti tecnologici? Amazon ha promesso zero emissioni nette entro il 2040. Dieci anni fa sembrava un obiettivo lontano ma raggiungibile. Oggi, con l’IA che spinge i consumi alle stelle, quella data comincia a sembrare molto più incerta. Se continuiamo a crederci senza verificare, quei target resteranno lettera morta. Se invece impariamo a guardare i numeri giusti — le emissioni totali, non solo i traguardi parziali — forse qualcosa può cambiare davvero.
La prossima volta che vedi un’insegna verde, ricordati di questo paradosso. La vera sostenibilità si misura sulle emissioni totali, non sui singoli traguardi. E forse, chiedere di più è il primo passo per ottenerlo.




