Il parere di un avvocato generale Ue potrebbe costringere l’Italia a rivedere le regole autorizzative
Nove progetti eolici su dieci vengono fermati dalla Soprintendenza. Non perché manchi il vento, ma perché le pale disturbano il panorama. Nei giorni scorsi i dati diffusi da Montel hanno messo a nudo una realtà che chi opera nelle rinnovabili conosce da anni: il Ministero della Cultura respinge circa il 90% dei progetti greenfield eolici onshore. Un tasso di rifiuto che assomiglia più a un blocco strutturale che a una valutazione caso per caso.
Il paradosso è che l’Unione europea, con la direttiva RED, impone agli Stati membri di dare priorità proprio agli impianti di energia rinnovabile. Ma in Italia il meccanismo si inceppa prima ancora di arrivare al merito delle singole istanze. E così si spiega almeno in parte lo squilibrio nei numeri di Terna: al 31 maggio 2026 risultavano 86,42 GW di potenza rinnovabile installata, di cui 46,12 GW di solare e appena 13,91 GW di eolico. Il fotovoltaico corre, il vento arranca.
Già nel 2020 WindEurope descriveva il processo autorizzativo italiano come lungo, oneroso e frammentato. Sei anni dopo, la diagnosi resta attuale e i sintomi si sono aggravati. Perché il sistema autorizzatorio italiano arrivi a bocciare nove progetti su dieci, però, non lo spiega solo un eccesso di zelo paesaggistico. C’è un ingranaggio che non ha mai funzionato davvero.
L’imbuto burocratico
Il rifiuto del 90% è solo la punta di un iceberg fatto di ritardi e inefficienze. La Commissione tecnica Pnrr-Pniec del MASE, istituita nel 2021 per snellire le procedure di valutazione di impatto ambientale, opera ancora con 50 commissari invece dei 70 previsti. Cinque anni dopo la sua nascita, l’organismo resta sottodimensionato mentre la pila di pratiche si accumula: 1.234 progetti di energia rinnovabile sono in attesa della VIA nazionale.
E mentre aspettano, le imprese pagano. Pagano anticipatamente gli oneri istruttori per il procedimento: circa 50 milioni di euro all’anno, versati da aziende che non sanno se e quando otterranno una risposta. È un costo sommerso della transizione italiana, che grava sugli operatori senza generare alcuna certezza. Il sistema non è solo lento: è costruito per scaricare il rischio su chi investe.
Qui sta il cuore del fallimento. Non si tratta soltanto di un eccesso di tutela del paesaggio — che pure esiste e produce effetti distorsivi — ma di un ingranaggio amministrativo che non è mai stato messo in condizione di funzionare. Commissioni sottorganico, arretrati colossali, costi anticipati a fondo perduto: ciascuno di questi elementi, preso da solo, basterebbe a scoraggiare gli investimenti. Insieme, compongono un messaggio chiaro: in Italia produrre energia dal vento è un’impresa che sconfina nell’azzardo.
Il conto aperto
Il conto, però, non lo pagano solo le imprese. Lo pagano anche i consumatori, che vedono rallentare una transizione energetica da cui dipendono bollette più basse e minore esposizione alla volatilità del gas. A fine aprile 2026, secondo i dati Terna, la corsa alla decarbonizzazione italiana aveva raggiunto 85.928 MW di capacità rinnovabile installata, di cui 45.674 MW di solare e 13.865 MW di eolico. Tra fine aprile e fine maggio la potenza eolica è cresciuta di poche decine di megawatt: un passo da formica mentre servirebbe uno scatto per centrare gli obiettivi al 2030.
Il fotovoltaico tiene il passo. L’eolico no. E la forbice è destinata ad allargarsi se il tasso di rifiuto della Soprintendenza resterà su queste quote. Non è una questione di tecnologia o di risorse: l’Italia ha aree ventose, ha operatori pronti a investire, ha una domanda di energia che cresce. Manca il permesso di costruire.
Proprio nei giorni scorsi, però, è arrivato un segnale che potrebbe cambiare le coordinate del problema. L’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione europea, Rantos, ha affermato che il diritto dell’Unione impone di dare priorità ai progetti di energia rinnovabile rispetto alla protezione del paesaggio e del patrimonio culturale. Non si tratta ancora di una sentenza — è il parere dell’avvocato generale, che la Corte può seguire o meno — ma è un orientamento che, se confermato, costringerebbe l’Italia a rivedere radicalmente il proprio approccio autorizzatorio.
La domanda, a questo punto, è se la Corte di Giustizia cambierà davvero le regole del gioco. E, soprattutto, se basterà. Perché una cosa è un principio affermato in Lussemburgo, un’altra è smontare un sistema che in cinque anni non è riuscito nemmeno a completare l’organico della propria commissione tecnica.
La partita non è finita. Il parere di Rantos potrebbe ribaltare il tavolo e rimettere in discussione il peso del vincolo paesaggistico nelle autorizzazioni. Ma nel frattempo chi investe in rinnovabili in Italia continua a pagare per aspettare. E 50 milioni l’anno di oneri istruttori anticipati sono il prezzo di una transizione che, per ora, esiste più sulla carta che sulle colline.




