Oltre la metà dei pescatori ha denunciato reclutamenti al di fuori degli standard internazionali
Invisibili in mare: la realtà dei pescatori indonesiani
Più del 90% dei pescatori non ha un contratto di lavoro scritto. Il dato non arriva da un’indagine di fortuna: lo hanno rilevato l’ILO e il BRIN, l’agenzia nazionale indonesiana per la ricerca, ed è il punto di partenza per capire cosa significhi davvero lavorare nella pesca nel più grande arcipelago del mondo.
Non avere un contratto significa non sapere con certezza quanto si verrà pagati, per quante ore si lavorerà, chi risponde se ci si fa male. E gli infortuni, in mare, non sono un’eventualità remota. Eppure il 71% dei pescatori non è iscritto alla previdenza sociale legata all’occupazione, la BPJS Ketenagakerjaan, e più della metà non ha neanche la copertura sanitaria della BPJS Kesehatan. Sempre secondo i dati ILO, oltre la metà dei pescatori ha raccontato di essere stata reclutata con procedure che si discostano dagli standard della Convenzione n. 188. In pratica: il sistema che dovrebbe proteggerli, nella maggior parte dei casi, semplicemente non esiste.
Questa è la fotografia prima della ratifica: un settore che vale una fetta importante dell’economia indonesiana ma che si regge sulle spalle di lavoratori senza rete. Ed è da qui che bisogna partire per capire cosa è successo dopo.
La svolta: la Convenzione ILO 188 ratificata
Di fronte a queste cifre, il governo indonesiano ha agito. Il percorso non è stato né breve né lineare. Già nel maggio 2025, durante il May Day, il presidente Prabowo Subianto aveva annunciato pubblicamente che l’Indonesia avrebbe proceduto con la ratifica della Convenzione sul lavoro nella pesca. Un anno dopo, il decreto presidenziale è arrivato: il primo maggio 2026 la ratifica formale è stata firmata, e il 10 giugno successivo l’Indonesia ha depositato lo strumento di ratifica presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
La Convenzione 188, adottata dalla Conferenza Generale dell’ILO nella sua 96ª sessione nel giugno 2007, non è una dichiarazione di principio generica: stabilisce regole precise su età minima, visite mediche, contratti di lavoro scritti, riposo, sicurezza a bordo, rimpatrio e sicurezza sociale. Per un paese come l’Indonesia, dove fino a ieri la normalità era l’assenza di contratto, l’impatto potenziale è enorme.
Il risultato è stato costruito con un approccio “tripartito plus” che ha messo allo stesso tavolo governo, datori di lavoro, sindacati e organizzazioni della società civile — tra cui Greenpeace, Freedom Fund, International Justice Mission ed Environmental Justice Foundation. Un altro tassello importante è stata la creazione del Trade Union Network in the Fishing Sector, una rete sindacale sostenuta dal programma 8.7 Accelerator Lab dell’ILO. Per la prima volta, i pescatori indonesiani hanno una struttura organizzata per far sentire la propria voce.
Oltre la ratifica: cosa succede ora?
L’entrata in vigore il 10 giugno 2027 non sarà automatica. La Convenzione ILO 188 entra in vigore per l’Indonesia tra poco meno di un anno, e quel lasso di tempo è insieme una finestra di opportunità e un periodo di incertezza. Un anno per adeguare le leggi nazionali, formare gli ispettori, informare gli armatori, spiegare ai pescatori quali diritti possono finalmente esigere. Non è poco, ma non è neanche tanto — soprattutto se si considera la scala del problema.
La Convenzione impone obblighi concreti: contratti scritti per tutti gli imbarcati, copertura previdenziale, condizioni di lavoro dignitose a bordo, meccanismi di reclamo accessibili. Tradurre queste disposizioni in norme nazionali richiederà un lavoro legislativo e regolamentare che coinvolgerà diversi ministeri. Poi bisognerà controllare che vengano rispettate, e qui il nodo è più intricato: in un arcipelago di oltre 17mila isole, con migliaia di porti e imbarcazioni, far rispettare le regole è un’impresa logistica e politica non banale.
Il ruolo dei sindacati sarà centrale. Il Trade Union Network, nato con il supporto dell’ILO, può diventare il canale attraverso cui i pescatori imparano a conoscere i propri diritti e a farli valere. Ma perché funzioni davvero, servirà che anche le imprese della filiera ittica — comprese quelle che esportano verso mercati dove la trasparenza nella catena di approvvigionamento è sempre più richiesta — si preparino a standard più equi. Non è solo una questione di conformità legale: è anche una questione di reputazione commerciale, e questo potrebbe essere l’incentivo più concreto per muoversi in fretta.
La ratifica, insomma, è un traguardo politico e diplomatico importante, ma la vera prova sarà colmare il divario tra la legge e la vita in mare. Per i pescatori, il consiglio pratico è iniziare a informarsi e organizzarsi: un diritto scritto su un foglio non serve a nulla se nessuno sa di averlo. Per le imprese, conviene cominciare a studiare i requisiti e a calibrare i propri processi di reclutamento e gestione degli equipaggi. Il 10 giugno 2027 arriverà in fretta, e chi si farà trovare pronto avrà un vantaggio competitivo. Gli altri, semplicemente, saranno fuori norma.




