La certificazione UL 1974 trasforma celle eterogenee in sistemi di accumulo bancabili e sicuri

Quando si parla di batterie di seconda vita, il diavolo è nei dettagli: non tutte le celle sono uguali, e la differenza tra un pacco batteria riutilizzato e uno pericoloso sta in quattro cifre e un numero — UL 1974. Non è uno standard qualunque: è il protocollo di sicurezza che valuta la capacità di un sistema di accumulo di ripartire da celle già sfruttate su strada senza andare in thermal runaway, senza degradarsi in modo imprevedibile, e senza trasformare un container in un rischio. Moment Energy lo ha capito per tempo. E la scorsa settimana, il 23 giugno 2026, ha tagliato il nastro di
Megafactory 1, l’impianto di riutilizzo di batterie per veicoli elettrici più grande al mondo, a Taylor, nella British Columbia.

Il segreto dietro l’impianto record

Nell’ottobre del 2023 Moment Energy si è guadagnata
la certificazione UL 1974 come prima e unica azienda in Nord America. Per chi progetta sistemi di accumulo, questo significa avere un processo di smistamento e ricombinazione delle celle che UL Solutions ha validato batteria per batteria, modulo per modulo. Non si tratta di prendere un pacco da un’auto elettrica, aprirlo e collegarlo alla rete: lo standard copre la procedura di test, la classificazione dello stato di salute (SoH), e i criteri con cui celle con capacità residua diversa possono essere assemblate in stringhe omogenee senza creare punti caldi. È il dettaglio che rende bancabile un progetto, perché un system integrator o un utility possono calcolare un costo per ciclo con la stessa affidabilità di un sistema nuovo — sapendo che dietro c’è una procedura ripetibile, non un’operazione artigianale.

Megafactory 1 è nata su queste fondamenta tecniche: l’impianto è stato progettato per normalizzare il processo di repurposing e portarlo da scala pilota a scala industriale. L’obiettivo dichiarato è produrre
1 GWh di sistemi di accumulo a batteria entro il 2030. Questo volume non sarebbe nemmeno immaginabile senza la certificazione, perché ogni committente enterprise dovrebbe condurre la propria due diligence tecnica — con costi e tempi che azzerano il business case. Invece, con lo standard UL già integrato nel processo produttivo, ogni container di batterie che esce da Taylor porta con sé la stessa documentazione di sicurezza di un sistema nuovo di fabbrica.

Perché il mercato guarda a Moment Energy

Il collo di bottiglia non è più solo l’offerta di celle usate: è la domanda di accumulo stazionario da parte di un settore che sta crescendo a doppia cifra. Secondo
Forbes, il mercato globale delle batterie per data center è stato valutato 3,38 miliardi di dollari nel 2025 e le proiezioni lo danno vicino a 6 miliardi entro il 2035. Numeri che raccontano l’elettrificazione delle sale server, la pressione sui gruppi di continuità, e la necessità di capacità di buffer che gestisca i picchi delle GPU senza dover sovradimensionare le linee di alimentazione. In questo scenario, le batterie di seconda vita con certificazione UL 1974 offrono un costo per kilowattora installato che può essere competitivo con le nuove al litio-ferro-fosfato, ma con un vantaggio in sostenibilità e, in certe giurisdizioni, di incentivi per il riuso.

Moment Energy non è sola su questo terreno. Redwood Materials, attiva sul fronte del riciclo e del riuso, ha già realizzato un impianto a Sparks, in Nevada, con una capacità di microgrid da 12 MW e 63 MWh, alimentato in parte dalla
partnership con Crusoe. È il più grande dispiegamento di batterie di seconda vita mai completato fino a oggi. La differenza di approccio è netta: Redwood ha puntato sull’integrazione verticale con un partner di computing distribuito, costruendo una microgrid su misura per carichi AI. Moment Energy, invece, sta costruendo la fabbrica che standardizza il prodotto per venderlo a terzi — utility, comunità remote, gestori di data center — replicando lo stesso sistema in più siti. Due strategie diverse, entrambe fondate sulla stessa scommessa: che la seconda vita delle batterie sia tecnicamente gestibile e commercialmente scalabile.

Partita nel 2020 da un garage a Surrey, con
un seed funding di 3,5 milioni di dollari e una visione focalizzata sulle comunità off-grid, l’azienda ha seguito una traiettoria che l’ha portata a incrociare la domanda dei data center solo in una fase successiva. Ma è proprio l’esperienza sul campo con carichi isolati e condizioni estreme ad aver fornito i dati reali per validare l’intero processo di repurposing — e a dimostrare che la certificazione UL 1974 non è una targa da appendere, ma uno strumento di lavoro quotidiano.

Cosa cambia per chi installa e gestisce

Per capire l’impatto concreto, basta guardare a God’s Pocket Resort, una struttura isolata nella British Columbia dove il sistema di accumulo di Moment Energy ha tagliato l’uso di diesel del 66%. Non è una percentuale da comunicato marketing: significa che per due terzi del fabbisogno energetico, il resort non ha più bisogno di far arrivare carburante su strade sterrate e stoccarlo in cisterne. Significa minore manutenzione ai generatori, meno emissioni, e un costo operativo che scende in modo misurabile. Questo risultato è stato ottenuto con batterie di seconda vita che, se non fossero state ricondizionate, sarebbero probabilmente finite in un flusso di riciclo prematuro.

La fiducia istituzionale è arrivata anche sotto forma di capitale: PacifiCan, l’agenzia canadese per lo sviluppo economico del Pacifico, ha investito secondo
quanto riportato dall’azienda 4,9 milioni di dollari canadesi nell’operazione. Non è un finanziamento a fondo perduto per ricerca di base, ma un investimento mirato alla capacità produttiva di un impianto che deve generare ricavi sul mercato. E l’obiettivo di 1 GWh cumulativo entro il 2030 dà la prospettiva temporale: sei anni per passare dalle decine di megawattora di progetti pilota a volumi da utility-scale, mantenendo la certificazione UL 1974 come barriera all’ingresso e garanzia di qualità.

Per i system integrator e i gestori di impianti, la certificazione UL 1974 non è solo un sigillo: è la garanzia che le batterie di seconda vita sono pronte per competere con quelle nuove, abbattendo il diesel e il rischio tecnico. Quando si valuta un sistema di accumulo per un data center o per una comunità remota, la prima domanda non è «quanto costa?» ma «quanto è sicuro e per quanto tempo mantiene le prestazioni dichiarate?». Con uno standard validato da un ente terzo, quella domanda ha già una risposta documentata. Ed è esattamente questo che trasforma un’opportunità tecnologica in un prodotto che un CFO può approvare.