Il sistema di St. Goar con 124 turbine rappresenta il più grande dispiegamento europeo della tecnologia

Sei kilowatt di potenza massima, 1,8 kW medi, circa 15 megawattora all’anno per singola unità. L’Energyfish di Energyminer si presenta con una carta d’identità tecnica fatta di cifre che puntano dritto al cuore del problema delle rinnovabili: la continuità. Un fiume che scorre giorno e notte non soffre l’intermittenza del fotovoltaico o dell’eolico. E una turbina che si installa senza calcestruzzo né dighe cambia il calcolo economico di chi deve produrre energia di base. La scorsa settimana, per questa giovane tecnologia è arrivato il primo vero banco di prova: l’approvazione per uno sciame da 124 unità sul Reno, a St. Goar.

La promessa numerica dell’Energyfish

Dietro il nome che evoca un banco di pesci c’è un’architettura idrocinetica pensata per la produzione continua. Secondo Energyminer, ogni turbina ha una potenza massima di 6 kW e una potenza media di 1,8 kW — un valore che riflette le variazioni stagionali della portata fluviale. La produzione annua stimata è di circa 15 MWh per unità e, con uno sciame di 100 turbine, si arriva a circa 1,5 GWh all’anno. Numeri da micro-impianto, ma con un profilo di funzionamento che non si spegne al tramonto.

L’aspetto che distingue l’Energyfish dalle turbine idroelettriche tradizionali è l’installazione. Secondo l’azienda, dieci unità possono essere posizionate in circa tre giorni dopo l’approvazione, senza bisogno di calcestruzzo, dighe o costruzioni pesanti. Le turbine vengono ancorate al fondale con sistemi a gravità o a palo, sfruttando la corrente esistente senza alterare il profilo del fiume. È un approccio che riduce tempi, costi e impatto ambientale rispetto all’idroelettrico convenzionale, che richiede opere civili importanti e anni di cantieri.

Sul fronte economico, il costo livellato dell’energia — la metrica che somma investimenti, operatività e manutenzione sull’intera vita utile — si attesta, secondo quanto riportato da WELT/dpa, attorno a €0,08/kWh. Il rendimento annuo medio previsto è di almeno l’8% su un orizzonte di 20 anni. Per un operatore energetico, questi numeri collocano l’Energyfish in una fascia competitiva con le rinnovabili mature, ma con il vantaggio della producibilità continua. Resta da capire se i dati raccolti in esercizio confermeranno le simulazioni.

St. Goar: il lasciapassare silenzioso

La risposta è attesa dal Reno. Nei giorni scorsi, Energyminer ha ricevuto l’approvazione normativa per lo sciame di St. Goar, 124 unità che rappresentano il più grande dispiegamento mai autorizzato per questa tecnologia in Europa. Non è un prototipo: è un impianto pensato per immettere energia in rete con una logica di produzione prevedibile.

«St. Goar è la nostra prova di scala», ha dichiarato il co-CEO Richard Eckl. «L’approvazione rende chiaro che possiamo sviluppare questa nuova fonte di energia rinnovabile. I nostri impianti possono essere costruiti, gestiti e scalati, producendo energia rinnovabile di base». Natalie Rojko, CMO dell’azienda, ha definito il via libera «un voto di fiducia nella tecnologia e nel nostro approccio all’innovazione, fondato su trasparenza e collaborazione scientifica».

L’autorizzazione arriva in un momento in cui la ricerca di fonti rinnovabili continue sta orientando investimenti pubblici e privati ben oltre il solare e l’eolico. E mentre il Reno si prepara a diventare un laboratorio a cielo aperto, dall’altra parte del mondo c’è un concorrente che opera già da anni con una tecnologia analoga.

L’ombra lunga del RivGen

In Alaska, a Igiugig, il sistema RivGen di ORPC è in funzione dal 2019 e detiene il record come progetto di energia marina più longevo nelle Americhe. È la tecnologia fluviale più direttamente confrontabile con l’Energyfish: anche in questo caso si tratta di turbine idrocinetiche sommerse, pensate per fiumi e correnti di marea, senza opere di sbarramento. Ma con una differenza sostanziale: ORPC ha anni di dati operativi reali alle spalle, che supportano la sua rivendicazione di capacità di carico di base. Non simulazioni, non stime: misurazioni sul campo, ciclo dopo ciclo stagionale.

Per Energyminer, il confronto è inevitabile. Il RivGen ha dimostrato che l’idrocinetico fluviale può funzionare in condizioni ambientali difficili — Igiugig è un villaggio remoto, con inverni estremi e logistica complessa. L’Energyfish, al contrario, è pensato per i grandi fiumi europei, dove la densità di infrastrutture e la regolazione ambientale pongono sfide diverse: non il ghiaccio, ma la burocrazia e la convivenza con la navigazione commerciale. L’approvazione di St. Goar dimostra che il primo ostacolo è stato superato. Resta il secondo: dimostrare affidabilità operativa paragonabile a quella di un sistema che ha già accumulato migliaia di ore di funzionamento documentate.

Già nel 2024, il Water Power Technologies Office del Dipartimento dell’Energia statunitense ha aperto la sua più grande opportunità di finanziamento di sempre per tecnologie marine e idrocinetiche, segnalando un interesse crescente per un settore che fino a pochi anni fa faticava a uscire dalla fase di ricerca. In questo contesto, la partita tra Energyminer e ORPC non è solo tecnologica: è una corsa a chi convince per primo gli operatori energetici che l’idrocinetico fluviale è una componente affidabile del mix rinnovabile.

Alla fine, per chi deve installare, la scelta non sarà tra una turbina e l’altra. Sarà tra un rischio calcolato su un sistema semplice, poco invasivo e in fase di validazione, e la sicurezza di una tecnologia che ha già dimostrato di reggere l’inverno dell’Alaska. I prossimi mesi di esercizio sul Reno daranno la prima risposta.