La conferenza di Santa Marta ha segnato un cambio di rotta concreto per 57 governi
Guardi la bolletta del gas e ti chiedi se passare al verde sia davvero un affare. La caldaia a condensazione ha ancora qualche anno di vita, l’auto elettrica costa troppo, i pannelli sul tetto sembrano un salto nel buio. Eppure, fuori dalle mura domestiche, qualcosa si sta muovendo su scala globale. Qualcosa che potrebbe cambiare, nel giro di pochi anni, proprio quei conti che tieni sotto controllo ogni mese.
57 paesi cambiano sponda
Dalla preoccupazione individuale al tavolo dei grandi: ecco cosa è successo. Lo scorso aprile, a Santa Marta, in Colombia, si è tenuta la prima Conferenza sulla transizione dai combustibili fossili, co-ospitata dai governi di Colombia e Paesi Bassi, come riporta un documento del Parlamento Europeo. Non l’ennesimo summit pieno di buone intenzioni e zero impegni vincolanti, ma un tavolo a cui si sono seduti 57 paesi — la cosiddetta Coalizione dei Volenterosi — con un obiettivo molto concreto: spostare finanziamenti e sussidi dai combustibili fossili all’energia verde.
Il rapporto finale, pubblicato il 23 giugno durante la London Climate Action Week, mette nero su bianco un cambio di rotta che non è solo simbolico. Spostare finanziamenti significa reindirizzare capitali pubblici e privati: meno soldi alle trivellazioni, più soldi a reti elettriche intelligenti, rinnovabili, pompe di calore. Significa che un numero crescente di governi ha capito che continuare a sovvenzionare gas e petrolio non conviene più, né economicamente né politicamente. Lo ha detto a chiare lettere anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, che durante la presentazione del rapporto ha avvertito: abbiamo appena vissuto gli undici anni più caldi mai registrati, con temperature destinate a salire ancora. Un messaggio che suona come un ultimatum: il tempo delle promesse è finito.
E non è un processo che si ferma qui. La prossima conferenza è già fissata per il 2027 e sarà co-ospitata da Tuvalu e Irlanda, come si legge sul sito del Santa Marta Process. La staffetta passa a un piccolo stato insulare del Pacifico, tra i più esposti all’innalzamento dei mari, e a un paese europeo che sta accelerando sulle rinnovabili. Un segnale chiaro: la transizione non è una moda occidentale, ma un percorso condiviso da economie molto diverse tra loro.
E per chi ogni giorno fa i conti con budget familiari o aziendali, cosa cambia?
Il prossimo passo è anche tuo
La domanda è legittima, e la risposta sta nel modo in cui la transizione tocca le scelte quotidiane. Quando 57 governi decidono di dirottare i sussidi dai fossili alle rinnovabili, l’effetto a cascata arriva sui prezzi che paghiamo. Già oggi, chi ha installato una pompa di calore o un impianto fotovoltaico con accumulo sta ammortizzando l’investimento grazie a bollette più leggere e incentivi ancora attivi. Domani, con più capitali pubblici convogliati verso queste tecnologie, i costi di installazione potrebbero scendere ulteriormente, e i tempi di rientro — che oggi per un impianto da 6 kW con accumulo si aggirano intorno ai 5-7 anni in una zona ben esposta del Centro Italia — potrebbero accorciarsi.
Non è una bacchetta magica, sia chiaro. Chi vive in un appartamento in classe G senza possibilità di intervenire sull’involucro edilizio, oggi come oggi, fa bene a pensarci due volte prima di buttarsi su tecnologie che senza un adeguato isolamento rischiano di deludere. Ma la direzione intrapresa da oltre cinquanta paesi dice una cosa netta: il denaro pubblico sta cambiando strada, e chi deve sostituire la caldaia o valutare un’auto nuova farà bene a tenere d’occhio questo flusso. Perché quando i sussidi si spostano, i prezzi relativi si ribaltano. È successo con il fotovoltaico dieci anni fa, sta succedendo con le batterie, succederà con l’elettrico.
Il 2027 non è poi così lontano. Le decisioni di oggi — un contratto, un investimento, una piccola modifica — saranno la base su cui cammineremo quando il prossimo round arriverà.




