L’elettrificazione dei consumi finali è ferma al 23% da oltre dieci anni nonostante 175 miliardi incassati dall’Ets
Centosettantacinque miliardi di euro. Dal 2013, il sistema europeo di scambio di quote di emissione ha incassato questa somma, denuncia la proposta WindEurope. Nel solo 2025, i proventi hanno toccato 43 miliardi. Denaro che dovrebbe spingere l’elettrificazione e la decarbonizzazione. E invece resta incagliato nelle casse pubbliche, mentre la politica litiga su come spenderlo.
Il risultato è una transizione che arranca. L’elettrificazione dei consumi finali nell’Unione è ferma da oltre dieci anni attorno al 23%, segnala ancora l’analisi WindEurope. Il Clean Industrial Deal e l’Affordable Energy Action Plan hanno fissato l’obiettivo del 32% entro il 2030, ma nessuno spiega dove si troveranno le risorse per un salto di nove punti in meno di sei anni. Oggi l’elettricità soddisfa appena il calore industriale al 4% dei consumi termici dell’industria europea. Un’inezia che inchioda le fabbriche al gas e vanifica ogni discorso sulla competitività verde.
Soldi incagliati, progetti fermi
A che cosa servono allora i miliardi dell’ETS? Solo il 5% dei proventi, denuncia WindEurope, finanzia la decarbonizzazione industriale. La stragrande maggioranza finisce nei bilanci generali degli Stati, dove si confonde con la spesa ordinaria. Il Fondo innovazione dell’Ue, a giugno 2025, teneva in cassa 12,3 miliardi e ne aveva erogati appena 331,8 milioni, come rileva l’analisi WindEurope. Una percentuale di spesa effettiva che sfiora il 2,7%.
Nel frattempo, oltre 500 GW di capacità eolica sono bloccati in attesa del via libera per la connessione alla rete, un collo di bottiglia che WindEurope riconduce a permessi rapidi e reti forti. L’assenza di procedure accelerate e di investimenti nelle infrastrutture tiene le pale ferme, mentre le industrie aspettano ancora un segnale.
“I proventi ETS vanno incanalati in progetti di elettrificazione”, ha detto Tinne Van der Straeten, CEO di WindEurope, come ribadito da la proposta WindEurope.
L’Italia e il piano sociale fantasma
Mentre in Europa si discute di come sbloccare i fondi, l’Italia non ha ancora formalmente presentato a Bruxelles il Piano sociale per il clima, il cui via libera definitivo era atteso entro la scadenza giugno 2026. Le associazioni ambientaliste temono che il budget del Fondo sociale per il clima venga dirottato su misure di ordinaria amministrazione, che non fanno che crescere. Il Fondo, insistono, deve avere carattere aggiuntivo e non può sostituire la spesa pubblica ordinaria, un principio noto come aggiuntività del Fondo sociale.
La politica italiana, intanto, litiga su tutto. I fondi clima diventano una voce di bilancio da saccheggiare per tappare buchi. La transizione non è ferma per mancanza di tecnologia, ma perché i soldi che dovrebbero alimentarla stanno marcendo nei forzieri degli Stati.
Non è un problema di ingegneri, ma di tesoreria.
E adesso chi paga?
L’obiettivo del 32% di elettrificazione al 2030 è già fuori portata se l’unico strumento finanziario che poteva sostenerlo viene sterilizzato dalla contabilità pubblica. La Commissione ripete che bisogna accelerare, ma nei governi nazionali prevale la tentazione di usare l’ETS come un bancomat. L’Italia, in ritardo persino nel presentare un piano sociale, è il simbolo di una transizione che deraglia prima ancora di essere partita. La domanda, per chi rimane senza rete e senza calore pulito, non è più quando cominceremo a spendere quei 175 miliardi. Ma se qualcuno ha ancora intenzione di spenderli.




