La moratoria locale e l’acquisto di 346 acri da parte di Amazon segnano lo scontro
Ginny Marcille-Kerslake abita nella regione carbonifera della Pennsylvania da sempre. Quando ha visto spuntare i cartelli che annunciavano l’arrivo di un mega data center a Kline Township, non ha pensato a server, cloud o intelligenza artificiale. Ha pensato all’acqua del suo pozzo. Per decenni, i suoi vicini non hanno potuto berla perché le miniere di carbone l’avevano inquinata. «Chi vive qui conosce fin troppo bene gli accordi industriali che aprono i cantieri in fretta e lasciano dietro di sé distruzione e poche opportunità economiche», ha raccontato. È con questa memoria sulla pelle che Marcille-Kerslake, oggi organizzatrice per Food & Water Watch, ha cominciato a bussare alle porte del township per chiedere una moratoria sui data center.
La sua non è la crociata di un’ambientalista di professione. È la reazione istintiva di chi ha già visto industrie pesanti scavare, estrarre e andarsene, lasciando conti da pagare in cambio di stipendi che duravano una generazione. A partire dal XIX secolo, questa fetta nord-orientale dello stato ha prodotto quantità enormi di carbone, alimentando la Rivoluzione Industriale americana ma avvelenando terra e falde acquifere. Oggi che al posto delle dragline arrivano le betoniere per i capannoni dei server, in molti si chiedono: perché questa volta dovrebbe andare diversamente?
L’acqua, la luce e il 33% che dice basta
Ma questa volta non è solo paura istintiva. I numeri danno sostanza alla diffidenza. Stando a un sondaggio di Emerson College, il 33% dei residenti della regione carbonifera si oppone fermamente allo sviluppo di data center nelle proprie comunità: è la percentuale più alta di tutta la Pennsylvania. E se allarghiamo lo sguardo all’intero stato, le preoccupazioni diventano ancora più trasversali: il 71% dei Pennsylvaniani si dice preoccupato per il consumo di elettricità dei data center, e il 70% per la quantità di acqua che queste strutture divorano. Non stiamo parlando di una nicchia di attivisti, ma di una maggioranza silenziosa che guarda alla bolletta e al rubinetto di casa.
Dietro questi numeri c’è una scala industriale che pochi immaginano. Nell’ultimo anno, in Pennsylvania sono state presentate oltre 60 proposte per nuovi data center. Un’ondata che ha spinto la senatrice democratica Katie Muth a presentare, lo scorso 4 giugno, il Senate Bill 1359: una proposta di moratoria triennale su tutti i progetti di data center hyperscale a livello statale. Muth non è una pasionaria anti-tech. Sta provando a comprare tempo per capire cosa significhi, per l’infrastruttura elettrica e idrica di uno stato già segnato da decenni di deindustrializzazione, aggiungere decine di impianti che consumano energia come una piccola città. Il problema non è l’innovazione, è il vuoto normativo in cui atterra.
La moratoria e la terra di Amazon
È in questo clima che il consiglio comunale di Hazle Township ha alzato il freno a mano. Lo scorso 8 giugno, con un voto unanime, ha approvato la sospensione per 180 giorni di tutte le richieste per nuovi data center. Sei mesi per permettere ai funzionari locali di studiare l’impatto sulla rete elettrica, sulle risorse idriche e sulla qualità della vita dei residenti. Non è uno stop definitivo, ma un’ammissione onesta: non abbiamo ancora capito cosa stiamo autorizzando.
Nel frattempo, però, le aziende non stanno a guardare. Amazon ha già messo le mani su un pezzo grosso di territorio: l’acquisto di 346 acri per circa 178 milioni di dollari nella vicina Kline Township, un progetto ribattezzato Project Hazelnut sotto l’ombrello di Amazon Web Services. La cifra fa impressione, ma va messa in prospettiva: 178 milioni sono il prezzo d’ingresso per un’operazione che ridisegnerà il paesaggio locale per i prossimi trent’anni. La domanda che si fanno in molti, a Hazle come a Kline, è se questo ridisegno porterà posti di lavoro stabili o solo un picco temporaneo nell’edilizia, seguito da decenni di manutenzione automatizzata e consumi idrici fuori scala.
La mossa di Hazle Township è significativa proprio perché arriva da un consiglio comunale, non da un parlamento statale. È la politica di prossimità che prova a riprendere in mano le redini, mentre il Campidoglio discute e le big tech comprano. Basteranno 180 giorni per costruire un quadro di regole che tenga insieme sviluppo economico e tutela del territorio? La risposta non è scontata, ma il segnale è chiaro: questa comunità non vuole essere la prossima zona sacrificale.
Non è una battaglia tra passato e futuro, né tra carbonari e informatici. È una questione più semplice e più dura: chi decide cosa succede a questi territori, e con quali informazioni. La storia del carbone ha insegnato che quando le decisioni arrivano da lontano e calano dall’alto, il conto finale tocca sempre a chi resta. Forse per questo Ginny Marcille-Kerslake, quando ha visto i cartelli del cantiere, ha pensato subito all’acqua del suo pozzo.




