Le concessioni coprono 2,4 milioni di ettari, il 20% del paese: 84 sono cinesi, 32 senza consultazione
L’oro che porti addosso
I numeri raccolti dall’inchiesta di Wangki danno la scala del fenomeno: dal 1994 il Nicaragua ha concesso 213 concessioni minerarie che coprono oltre 2,4 milioni di ettari, circa il 20% del territorio nazionale. Di queste, almeno 84 sono controllate da aziende cinesi, per un totale di oltre 1,2 milioni di ettari. E dopo la riforma del 2025, sono stati concessi 10 blocchi di estrazione all’interno di aree protette: 137.594 ettari in tutto. Ma chi c’è dietro questa corsa all’oro?
La rete che estrae valore
Per rispondere bisogna guardare ai numeri e ai nomi. La crescita dell’oro nicaraguense non è una tendenza graduale: è un’esplosione. Secondo la banca centrale del paese, nel 2006 il Nicaragua esportava 109.200 once d’oro, per un valore di poco più di 55 milioni di dollari. L’anno scorso il paese ha esportato 473.700 once, per un valore di 1,9 miliardi di dollari. Un salto da poco più di 55 milioni a quasi 2 miliardi, in meno di vent’anni.
Dietro questa curva c’è una scelta politica. I numeri raccolti dalla River Foundation mostrano che la terra ceduta all’estrazione mineraria è passata da 139.852 ettari tra il 1990 e il 2007 a 728.628 ettari tra il 2007 e il 2022: un aumento di oltre il 415% nei sedici anni del regime Ortega-Murillo. Non è un caso che la svolta coincida con il ritorno al potere di Daniel Ortega: dal 2007 la superficie ceduta all’estrazione è esplosa, e l’oro è diventato un’infrastruttura economica del potere, non un settore tra gli altri.
Il pezzo forse più rivelatore riguarda gli attori. Negli ultimi due anni, le compagnie minerarie cinesi sono diventate la seconda potenza del settore per numero di concessioni e copertura territoriale, come rileva lo studio pubblicato da Divergentes intitolato “The Gold Rush Continues in Nicaragua: Analyzing the 2022-2024 Period”. Poi c’è il capitolo delle società di comodo. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, dal 2020 il regime ha ristrutturato il settore minerario in una rete complessa di società di comodo e prestanome, pensata per generare valuta estera, riciclare asset sanzionati e rafforzare il controllo politico. Ad aprile 2026, un pacchetto di sanzioni del Tesoro ha documentato questa ristrutturazione: quando un’azienda finisce nelle liste nere occidentali, dietro può spuntare un’altra sigla pronta a rilevare le concessioni.
Cosa resta alle comunità e all’ambiente, dietro le cifre?
Il prezzo che non vedi
Dietro i miliardi e le percentuali c’è un territorio, e il conto arriva in più modi. Una riserva di due milioni di ettari ha perso il 20% della copertura arborea tra il 2011 e il 2021, come documentato in un’inchiesta Mongabay del 2023: le aree protette non sono un confine giuridico invalicabile, sono superfici che si consumano sotto la pressione delle concessioni.
E poi c’è il capitolo delle consultazioni. Su 213 concessioni minerarie, 32 non hanno alcun registro di consultazione comunitaria, secondo l’inchiesta di Wangki. In pratica, in 32 casi le comunità — spesso indigene, come i Miskito e i Mayangna — non risultano nemmeno interpellate prima che il territorio venga destinato all’estrazione. La corsa all’oro, insomma, non è solo un problema ambientale: è anche un problema di diritti.
La prossima volta che guardi un gioiello o un lingotto, vale la pena ricordarsi che dietro può esserci una riserva cancellata. Informarsi sulla provenienza non è una moda: è il primo passo per non voltarsi dall’altra parte.




