Il costruttore ha promesso il car sharing per veicoli autonomi, ma il piano da 70 miliardi non prevede margini.

A fine luglio 2026, con l’annuncio della cessione di Free2move al fondo Mutares, la frase «la mobilità del futuro sarà certamente fatta di piccoli veicoli autonomi condivisi, di cui il car sharing è l’antenato» suonava più come un epitaffio che come una visione. Non è un dettaglio: il car sharing è stato a lungo il laboratorio dove si sperimentava la gestione di flotte urbane, l’interazione con gli utenti occasionali e la logistica dei piccoli veicoli. Tutte competenze che, nella promessa tecnologica, avrebbero dovuto preparare il terreno ai veicoli autonomi condivisi. Stellantis ha scelto di uscirne.

Free2move era nata nel 2016 da PSA, prima della fusione con Fiat Chrysler, e faceva parte della spinta dell’ex CEO Carlos Tavares verso i servizi di mobilità oltre la produzione di veicoli. In quegli anni, per un costruttore, il car sharing non era solo un servizio: era il modo per imparare a gestire una flotta distribuita, la manutenzione predittiva, la tariffazione dinamica e il rapporto con le amministrazioni locali. La promessa era esplicita: chi sa gestire il car sharing oggi, domani saprà gestire i veicoli autonomi condivisi. Ma quanto vale davvero questa promessa quando il conto economico non torna?

Il piano FaSTLAne e i numeri che contano

La risposta arriva dai conti. Il piano FaSTLAne 2030 di Stellantis, come riporta WardsAuto, punta a migliorare la redditività dei marchi chiave e prevede un investimento di 70 miliardi di dollari. Dentro questo perimetro, non c’è spazio per servizi di mobilità che non garantiscono margini industriali. Il business ceduto a Mutares opera in 14 città tra Europa e Stati Uniti: una scala che può essere interessante per un fondo specializzato, ma che per un costruttore globale è troppo piccola per giustificare un presidio strategico.

I piani annunciati da Mutares includono la rinnovata gestione della flotta internazionale, la prosecuzione della transizione a veicoli elettrici a batteria e una rinnovata attenzione all’esperienza del cliente e alle esigenze di mobilità urbana dei comuni. In altre parole, il nuovo proprietario punta a rendere sostenibile l’operazione esattamente dove un costruttore aveva smesso di farlo: flotta, elettrificazione e rapporto con le città. Resta da capire se la base tecnica su cui poggiava la promessa originaria è ancora solida o è solo un’eredità da smaltire.

Dove sono finiti gli altri antenati?

Non è la prima volta che un costruttore cede il proprio “antenato”. Share Now, emersa nel 2019 dalla fusione tra DriveNow di BMW e Car2Go di Daimler, nel 2024 era già stata integrata in Free2move. Ora Free2move passa a Mutares. Il cerchio competitivo è chiuso: BMW, Daimler e Stellantis hanno provato a gestire il car sharing in casa, lo hanno consolidato e poi lo hanno ceduto. Se il futuro è davvero autonomo e condiviso, chi pagherà l’infrastruttura che oggi viene ceduta?

Il car sharing era l’antenato, ma oggi l’industria sceglie di non allevarlo. Se la mobilità autonoma condivisa arriverà, qualcuno dovrà ricostruire da capo ciò che Stellantis, BMW e Daimler hanno smesso di voler gestire.