La produzione di frutta e verdura è diminuita del 16% dal 2015 e il paese importa il 78% del cibo
Il carrello dimezzato
Fai la spesa, vedi il prezzo dei pomodori e rinunci; giri l’angolo e lo scaffale della frutta è più vuoto del solito. Non è solo inflazione o stagionalità. A fine luglio, più di cento organizzazioni hanno firmato una lettera inviata ad Andy Burnham per chiedere al governo britannico un «Good Food Bill», una legge sul cibo con l’obiettivo di aumentare la sicurezza alimentare nazionale e migliorare la salute del Regno Unito.
Tra i firmatari ci sono i supermercati dove fai la spesa: Tesco, Sainsbury’s, Aldi, Co-op, Waitrose e Booths. Insieme rappresentano più del 64% della quota di mercato della spesa alimentare, secondo i dati di Kantar. La domanda, a questo punto, non è ideologica: perché proprio chi vende il cibo chiede una legge sul cibo? La risposta sta nei numeri.
I numeri dietro lo scaffale
La lettera non nasce dal nulla. Come sintetizza Sustain, la questione lega sicurezza nazionale, resilienza dell’approvvigionamento alimentare e salute pubblica. E i dati raccontano un sistema che perde terreno da anni.
La produzione britannica di frutta e verdura è diminuita del 16% dal 2015 e il paese importa ormai il 78% del proprio approvvigionamento alimentare. La lettera cita anche l’aumento di circa il 40% dei costi internazionali dei fertilizzanti rispetto all’anno precedente, legato al conflitto internazionale. E l’insicurezza alimentare colpisce già il 15% delle famiglie con bambini nel Regno Unito. In pratica, dipendere per quasi otto prodotti su dieci dalle importazioni espone il carrello agli shock internazionali, come l’aumento dei fertilizzanti.
Il rapporto sulla sicurezza alimentare del 2024 spiega che il Regno Unito continua a dipendere fortemente dalle importazioni per soddisfare la domanda di frutta, verdura e prodotti ittici. Già nel novembre 2024, i ricercatori della FFCC avevano indicato due correttivi: voucher per le famiglie a basso reddito per acquistare frutta e verdura di produzione britannica e più sostegno agli agricoltori. E le raccomandazioni della National Food Strategy indipendente di Dimbleby (2020-2021) erano state in gran parte ignorate dalla strategia alimentare del governo del 2022.
La promessa facile e la legge che non c’è
La politica ha già una risposta pronta. Nell’ambito del Plan for Change, il governo ha annunciato un partenariato tra governo e industria in cui retailer e produttori alimentari si impegnano a rendere «la scelta sana la scelta facile», con l’obiettivo di affrontare l’epidemia di obesità e ridurre la pressione sul sistema sanitario nazionale (NHS).
Ma tra un’intesa tra governo e industria e una legge sul cibo c’è una differenza: la prima si regge sulla disponibilità delle parti, la seconda rende gli impegni vincolanti. La lettera firmata da oltre cento organizzazioni chiede appunto un Good Food Bill, non solo un annuncio. Per chi fa la spesa, la differenza è concreta: se la richiesta resta senza seguito, il carrello resterà esposto ai prezzi internazionali e a una produzione interna ridotta.
Il lettore non deve aspettarsi miracoli, ma può tenere d’occhio se la lettera si trasforma in un impegno concreto, per esempio in un testo di legge presentato nei prossimi mesi. Se fai la spesa nel Regno Unito, la partita non è solo il prezzo dei pomodori: è se la richiesta firmata da chi ti vende il cibo diventerà una legge capace di ridurre la dipendenza dalle importazioni e rendere frutta e verdura più accessibili. La lettera è sul tavolo; ora tocca al governo muovere il prossimo passo.




