Il rapporto della FAO stima che la maggior parte di questi costi nascosti derivi da modelli alimentari non sani

Dodici trilioni di dollari all’anno. È il conto invisibile che la FAO attribuisce ai sistemi agroalimentari globali in 156 paesi. E il dato che sorprende non è tanto il totale, quanto la sua composizione: circa il 70 per cento — 8,1 trilioni di dollari — deriva da modelli alimentari non sani, collegati a malattie non trasmissibili come cardiopatie, ictus e diabete. A voler trasformare quel numero in qualcosa di più di una stima è il progetto europeo FOODCoST, che lo scorso agosto ha pubblicato su CORDIS un bilancio dei propri risultati sulla misurazione dei costi nascosti.

Il conto invisibile da 12 trilioni

Il punto di partenza, per capire la portata del problema, è già scritto in un documento del 2024. Il rapporto State of Food and Agriculture della FAO, pubblicato due anni fa, ha rivelato gli enormi costi nascosti di perdita di produttività dei sistemi agroalimentari globali dovuti agli impatti sanitari legati alla dieta. Non si tratta di un dettaglio tecnico: otto trilioni di dollari l’anno di costi non compaiono nei prezzi che paghiamo al supermercato, ma si scaricano altrove, sotto forma di malattie non trasmissibili e di produttività persa.

La cifra rovescia l’ordine del dibattito. Quando si parla di cibo e sostenibilità, il pensiero corre di solito alle emissioni o all’uso dell’acqua. Il rapporto FAO sposta invece l’attenzione sulla salute: la quota maggiore dei costi nascosti non ha a che fare con l’ambiente, ma con quello che finisce nel piatto. Per arrivare a quel 70 per cento, la contabilità ha collegato i modelli alimentari alle malattie non trasmissibili e ai loro effetti sulla produttività. Resta però una domanda aperta: come si arriva a stimare questi costi — e perché ancora non li vediamo nei prezzi? La risposta non è solo politica; è anche metodologica.

La misura che divide: armonizzare l’armonizzazione

Prima ancora dei numeri c’è un problema di definizione. Come spiega il TCA Accelerator, la True Cost Accounting è un approccio olistico e sistemico in evoluzione, pensato per misurare e valorizzare costi e benefici ambientali, sociali, sanitari ed economici, positivi e negativi. Una cassetta degli attrezzi, insomma, utile a imprese, consumatori, investitori e decisori politici. Ma tra la definizione e la misura il passo è lungo.

Il progetto FOODCoST ha provato a compierlo. Nei suoi undici casi di studio ha testato come i costi nascosti possano essere misurati e incorporati nei prezzi di mercato o nelle misure politiche. Non è un esercizio astratto: l’obiettivo era capire se esista un modo coerente di dare un valore a esternalità che oggi restano fuori dal conto economico.

Il risultato è più prudente di quanto si potrebbe sperare. Il progetto ha valutato la contabilità delle esternalità in nove approcci di True Cost Accounting, tra cui il modello chiamato Shadow Prices of Impact Quantities – Food System, abbreviato SPIQ-FS. Ma la piena armonizzazione si è rivelata difficile, per la varietà di metodi e di dati. Il fatto stesso di dover confrontare nove approcci segnala che non esiste oggi un unico standard condiviso. E se perfino dentro un progetto europeo i metodi divergono, cosa significa per chi deve usare queste stime in una decisione pubblica o aziendale?

Cosa tenere d’occhio nei prossimi mesi

La True Cost Accounting è, per definizione, un approccio in movimento. Nei prossimi mesi il punto non sarà se produrre nuove stime, ma se quelle stime potranno parlare la stessa lingua. Convergeranno i metodi? Un unico prezzo ombra potrà davvero tradurre in euro un ictus e la perdita di biodiversità? La risposta non è scontata.

Il numero da tenere d’occhio resta dodici trilioni. Se i metodi non convergeranno, quel numero continuerà a essere una stima, non un prezzo.