La revisione dello standard FLAG ridefinisce gli obiettivi climatici per agricoltura e foreste, con nuove regole operative dal 2027
Quando un’azienda alimentare si siede davanti al questionario di un supermercato o di una banca che chiede «Quali sono i vostri obiettivi di riduzione delle emissioni?», non basta un numero generico. Servono obiettivi fondati sulla scienza, calcolati con un metodo riconosciuto. E per chi produce caffè, olio di palma, carne o legname, il manuale di riferimento sta per cambiare: la Science Based Targets initiative (SBTi) ha lanciato a fine luglio una call for evidence per informare lo sviluppo della Versione 2 dello Standard Forest, Land and Agriculture, noto con la sigla FLAG. La finestra per inviare osservazioni si è chiusa l’8 ottobre scorso, ma per le imprese dei settori agricoli e forestali
la partita vera comincia adesso.
Il punto non è astratto. Una filiera che non sa dimostrare di avere obiettivi climatici credibili rischia di perdere contratti, accesso al credito e spazio sugli scaffali. E lo standard FLAG, nella sua versione attuale e in quella futura, è esattamente lo strumento con cui queste aziende raccontano al mercato quanto e come intendono ridurre le proprie emissioni.
Il dubbio dietro l’etichetta
Per capire perché lo standard FLAG tocca tutti, conviene partire da una scena concreta. Un produttore di caffè in America Latina, un’azienda di trasformazione di carne in Europa, un fornitore di carta o di olio di palma: tutti, prima o poi, si trovano davanti alla stessa domanda. Non è più sufficiente dire «ridurremo le emissioni del 30 per cento». Serve un obiettivo basato su un metodo scientifico riconosciuto, che tenga conto di come si usano i suoli, di quanto carbonio viene assorbito o rilasciato, di cosa succede lungo tutta la filiera.
È qui che entra in gioco lo standard FLAG. La SBTi ha pubblicato la sua prima guida FLAG nel 2022: era il primo metodo standard al mondo per i settori ad alta intensità di uso del suolo. Da allora le aziende che lo utilizzano si sono moltiplicate, spinte anche dalla pressione di clienti e istituti finanziari. Ma quante sono davvero coinvolte in questa partita? I numeri raccontano una crescita che ha del sorprendente.
Numeri che parlano, regioni che mancano
Il settore FLAG è, secondo l’IPCC, il terzo più grande emettitore dopo energia e industria. Non stiamo parlando di una nicchia: stiamo parlando di una quota rilevante delle emissioni globali. Oggi più di 400 aziende hanno già obiettivi FLAG dichiarati. Di queste, oltre 260 hanno obiettivi già validati dalla SBTi, e 149 sono in linea con i percorsi di azzeramento netto delle emissioni. Il ritmo di adozione sta accelerando: il numero di obiettivi FLAG validati ogni settimana è raddoppiato nel 2025 rispetto all’anno precedente.
Eppure, dentro questa crescita convivono forti asimmetrie. Le aziende FLAG operano in contesti geografici, ambientali e normativi molto diversi, con strutture di filiera, esposizione alle commodity e ostacoli operativi che cambiano da paese a paese. La SBTi lo dice in modo esplicito: le regioni sottorappresentate centrali per le filiere FLAG, come America Latina e Sud-Est asiatico, sono al centro dell’attenzione per garantire che lo standard sia davvero rilevante e pratico su scala globale.
Il rischio è concreto: se la corsa alla conformità si gioca soltanto con gli strumenti e le competenze delle economie più strutturate, a restare indietro saranno proprio le aree dove si decide la parte più difficile delle emissioni di suolo, deforestazione e agricoltura. Non è una questione teorica: è una questione di quale versione dello standard diventerà operativa.
Non aspettare il 1° gennaio 2027
Se le asimmetrie geografiche sono il problema, la soluzione non è restare fermi. Il calendario impone una scadenza precisa. Il nuovo Land Sector and Removals Standard del GHG Protocol, pensato per le aziende che possiedono o controllano terreni, entrerà in vigore il 1° gennaio 2027. Nel frattempo, la versione V1.2 della guida FLAG è stata pubblicata a marzo 2026 ed è entrata in vigore con effetto immediato: nessuna fase transitoria da aspettare. A giugno 2026, poi, la SBTi ha pubblicato il nuovo Corporate Net-Zero Standard V2, che introduce concetti nuovi nel quadro di validazione degli obiettivi, incluso un approccio basato sul principio dei «best efforts»: l’idea che obiettivi ambiziosi servano da catalizzatori per l’azione, riconoscendo che fattori fuori dal controllo di un’azienda possono influenzare i progressi.
La call for evidence sulla Versione 2 dello standard FLAG si è chiusa l’8 ottobre: chi voleva dire la propria ha avuto la sua finestra, e quella finestra adesso è chiusa. Ma la partita è appena cominciata per le imprese. Il prossimo passo concreto è verificare subito se i propri obiettivi FLAG sono allineati alla V1.2 e prepararsi alla V2. Chi non lo fa rischia di trovarsi fuori mercato quando clienti e banche chiederanno conto, con dati alla mano, di quanto sia credibile il proprio percorso di riduzione delle emissioni.




