La revisione del mandato ZEV riduce le vendite di elettriche pure, aprendo un buco nell’IVA

Un buco da 2,9 miliardi di minori entrate IVA. A tanto potrebbe ammontare il conto presentato al Tesoro britannico dall’allentamento del mandato sui veicoli a emissioni zero. La stima, resa nota la scorsa settimana dall’associazione di settore BEAMA, rovescia la narrazione ufficiale: quella che doveva essere una boccata d’ossigeno per i costruttori rischia di trasformarsi in un salasso per le finanze pubbliche, senza per questo accelerare la transizione ecologica.

Il conto salato della flessibilità

Il paradosso è scritto nei numeri. Già nell’aprile del 2025 il governo aveva ritoccato lo Zero Emission Vehicle Mandate, la norma che impone ai produttori di aumentare ogni anno la quota di veicoli puliti venduti. La data dello stop alla vendita di nuove auto a benzina e diesel restava fissata al 2030, ma arrivavano concessioni pesanti: più spazio per i modelli ibridi, crediti allargati, obiettivi meno stringenti. Con la revisione proposta, l’asticella per le vendite di auto elettriche pure scende dall’80 al 50 per cento entro il 2030. Un taglio netto, pensato per venire incontro a un’industria che lamentava costi insostenibili e una domanda ancora debole.

Peccato che ogni auto elettrica non venduta sia anche un’auto su cui lo Stato non incassa l’IVA piena. E l’IVA su una vettura a batteria, mediamente più costosa di un modello tradizionale, pesa parecchio sulle entrate fiscali. Secondo BEAMA, se le elettriche mancanti venissero rimpiazzate una per una da ibride, l’ammanco si fermerebbe proprio a 2,9 miliardi di sterline fino al 2034. Lo scenario peggiore è ben più cupo: un vuoto nelle vendite senza alcun rimpiazzo ibrido. A quel punto il Tesoro si troverebbe a gestire un deficit ben diverso. Con queste premesse, chi ci guadagna davvero?

Chi vince, chi perde

Dietro le rassicurazioni del governo, i conti parlano chiaro. Il sollievo concesso ai produttori si scontra con la realtà dei piazzali e con quella del fisco. Secondo i dati della Society of Motor Manufacturers and Traders, da inizio 2026 le auto elettriche a batteria rappresentano appena il 23,1 per cento del mercato delle nuove immatricolazioni. Un buon passo avanti, ma nettamente al di sotto del 33 per cento che il mandato originale avrebbe preteso a questo punto del percorso. La revisione permette ai costruttori di tirare il fiato, ma scarica il costo dell’attesa altrove.

E l’altrove ha la forma di un buco nell’IVA. Secondo le proiezioni di BEAMA, se le vendite di EV previste nella bozza di revisione non venissero sostituite da un numero equivalente di ibride, il Tesoro potrebbe ritrovarsi con un deficit fino a 16,7 miliardi di sterline tra il 2030 e il 2034. Sedici miliardi e settecento milioni che lo Stato dovrà coprire da qualche altra parte, proprio negli anni in cui la spinta alla decarbonizzazione dovrebbe raggiungere il picco massimo.

Il meccanismo è tanto semplice quanto scomodo: un’auto elettrica pura vale di più, fiscalmente, di un’ibrida o di un modello tradizionale. Chiedere ai produttori di venderne meno, mentre si continua a promettere la neutralità climatica, obbliga il governo a sperare che il mercato corra più veloce delle norme. Ma i numeri delle immatricolazioni raccontano una corsa ancora in salita, e la fuga in avanti sugli ibridi rischia di essere un cerotto su una ferita che invece avrebbe bisogno di sutura chirurgica. La domanda resta aperta: basteranno i motori parzialmente elettrificati a tappare la falla aperta nei conti pubblici?

La scommessa globale

Eppure la partita non si gioca solo a Londra. La stessa SMMT avverte che altri grandi mercati internazionali stanno rivedendo le loro tabelle di marcia verso l’elettrico, obbligati a fare i conti con le frizioni geopolitiche e con una domanda che non decolla come previsto. La tendenza è globale: si allungano le scadenze, si ammorbidiscono le sanzioni, si mescolano le carte degli incentivi.

In questo riposizionamento generale, però, il Regno Unito si distingue per un azzardo tutto suo. Energy UK ricorda che il passaggio ai veicoli elettrici è il “singolo maggiore motore di riduzione delle emissioni” nel percorso britannico verso il Net Zero. Indebolire quel motore in nome della tenuta industriale, mentre si apre una voragine nell’IVA che finanzia la transizione stessa, è una mossa che assomiglia molto a un cortocircuito. Con il mondo che rivede le sue strategie, Londra ha davvero imboccato la strada giusta, o sta solo rimandando un problema più grande di lei?