Nel 2026 il gas ha determinato il prezzo elettrico italiano nell’89% delle ore, contro il 15% della Spagna
Sabato 12 settembre le rinnovabili elettriche hanno prodotto 372,1 GWh, coprendo il 47,3% della domanda elettrica italiana, secondo i dati di QualEnergia. Oggi, 14 settembre, il Prezzo Unico Nazionale ha chiuso a 225,85 €/MWh, con un minimo orario di 170,96 €/MWh e un massimo di 303,22 €/MWh. Due cifre della stessa giornata, eppure difficili da conciliare.
Lo stesso 12 settembre le rinnovabili hanno rappresentato il 58,3% della produzione elettrica nazionale, pari a 638,4 GWh. Non è una parentesi isolata: al 31 dicembre 2025 la potenza rinnovabile installata in Italia era di 83.529 MW, di cui 43.513 MW fotovoltaici. Ma potenza installata, energia prodotta e prezzo sono grandezze diverse. La prima indica la capacità disponibile, la seconda dipende da sole e vento, la terza dal modo in cui il mercato forma i prezzi.
Mezza Italia alimentata da sole e vento, ma il prezzo non scende
I numeri di metà settembre offrono il caso perfetto per capirlo. Il 47,3% è una quota sulla domanda elettrica di una singola giornata, non un dato strutturale: va letto con cautela, soprattutto quando si parla di record. Eppure racconta qualcosa di concreto: quasi metà del fabbisogno elettrico italiano è stato coperto da fonti il cui costo marginale è molto vicino allo zero.
E qui arriva la contraddizione. Nello stesso giorno in cui le rinnovabili coprivano quasi la metà della domanda, il prezzo dell’elettricità restava sopra i 225 €/MWh in media, con punte oltre 300 €/MWh nelle ore di massima richiesta. Se una fonte a costo quasi nullo copre una fetta così ampia del consumo, perché il prezzo non scende in modo altrettanto deciso?
La domanda non riguarda solo l’Italia. Nel 2024, in Europa, le rinnovabili hanno coperto il 48,18% della produzione elettrica e, insieme al nucleare, il 72,19%, come indicano i dati di Infodata. La transizione ha cambiato il mix, ma non ha spezzato ovunque la stessa dinamica di prezzo.
Il gas tiene in ostaggio il prezzo italiano
La risposta non sta nella produzione rinnovabile, ma nel meccanismo di formazione del prezzo. Secondo l’analisi di Ember, nel 2026 finora il prezzo dell’elettricità italiano è stato determinato dal gas nell’89% delle ore. In Spagna la quota è appena il 15%.
È questo il divario che spiega il paradosso. Ieri il gas EU TTF viaggiava a 79,52 €/MWh e la CO2 UE a 85,52 €/ton. Quando il gas fissa il prezzo, quei costi si trasferiscono direttamente sul mercato elettrico. Non è una questione marginale: significa che in Italia, per quasi nove ore su dieci, il prezzo dell’elettricità si forma guardando a una fonte fossile e alle sue quotazioni. In Spagna accade in circa un’ora e mezza su dieci.
La conseguenza è che il prezzo italiano resta esposto alle oscillazioni del gas anche quando le rinnovabili producono molto. Il 47,3% di sabato scorso non basta a neutralizzare il peso delle ore in cui è il gas a decidere il valore dell’energia.
Il conto alle imprese e il numero da sorvegliare
E il conto arriva direttamente alle imprese italiane. Secondo i dati di Confindustria, nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato in media 278 €/MWh per l’elettricità, contro i 242 della Germania, i 183 della Francia, i 171 della Spagna e i 216 della media europea. Un prezzo quasi del 30% superiore alla media UE, con un aggravio che incide trasversalmente su PMI e grandi consumatori.
Non si tratta di una distanza simbolica. Il confronto con la Spagna è particolarmente istruttivo: a un prezzo per le imprese molto più basso corrisponde una quota di ore in cui il gas influenza il prezzo dell’elettricità quasi sei volte più piccola. La differenza non sta nella quantità di rinnovabili installate, ma nel peso che il gas continua ad avere nella formazione del prezzo.
Nei prossimi mesi, il dato chiave non sarà soltanto la quota di rinnovabili sulla domanda, ma la percentuale di ore in cui il gas fisserà il prezzo. Finché l’Italia resterà all’89% e la Spagna al 15%, il costo dell’elettricità italiana rimarrà strutturalmente più esposto alle oscillazioni del fossile e alle tensioni dei mercati internazionali. Il numero da tenere d’occhio, più ancora del PUN, è quella distanza.




