Tech firma il 40% dei contratti rinnovabili nel 2025, ma le emissioni restano alte.
Nel numero di luglio-agosto 2026, QualEnergia, il bimestrale di Legambiente e Kyoto Club, dedica un focus all’intelligenza artificiale. È un punto di osservazione utile, perché il settore tecnologico si presenta con due cifre difficili da conciliare. Nel 2025, il settore tech ha rappresentato circa il 40% di tutti i power purchase agreement aziendali per energia rinnovabile firmati nel mondo. Nell’anno fiscale chiuso a marzo 2026, Microsoft, Amazon e Google hanno invece emesso 119 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, circa un terzo delle emissioni della Francia. Due numeri che non dovrebbero coesistere, eppure coesistono.
I due dati non sono perfettamente sovrapponibili: il primo guarda all’anno solare 2025, il secondo all’anno fiscale chiuso a marzo 2026. Ma l’ordine di grandezza non cambia. Il tech è allo stesso tempo il primo cliente delle rinnovabili e uno dei grandi emettitori del pianeta. La spiegazione sta nella natura esplosiva del consumo legato all’IA e nella strategia con cui i grandi gruppi cercano di mettere al sicuro la propria fornitura di elettricità.
Il numero che non torna: 40% di PPA contro 119 milioni di tonnellate
Il 40% dei contratti aziendali di acquisto di energia rinnovabile firmati nel 2025 dice che il settore tecnologico è diventato il compratore di riferimento per eolico e solare su scala globale. Non è una quota marginale: significa che, per ogni dieci PPA firmati dalle imprese, quattro arrivano da società tecnologiche. Il secondo numero racconta l’altra faccia. Le emissioni di Microsoft, Amazon e Google, nell’anno fiscale chiuso a marzo 2026, hanno raggiunto 119 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Il confronto con la Francia non è scelto a caso: equivale a circa un terzo delle emissioni dell’intero Paese.
Come può lo stesso settore essere il primo cliente delle rinnovabili e, al contempo, un emettitore paragonabile a un terzo della Francia? La risposta va cercata nel consumo dei data center e nella supply chain che li alimenta. La quota di PPA non è un segnale di sobrietà: è piuttosto il tentativo di assicurarsi elettricità a prezzo prevedibile e con un’impronta carbonica accettabile, mentre il fabbisogno cresce più in fretta della capacità rinnovabile disponibile.
Il doppio binario: energia che consuma, energia che produce
Nell’estate appena trascorsa, la città di Parigi ha aperto un’area di balneazione sorvegliata nel Canal Saint-Martin sotto allerta rossa per ondata di calore, con temperature vicine ai 40 gradi Celsius. È un dettaglio che rende concreta la pressione fisica dietro i numeri: più caldo significa più domanda di raffreddamento, più calcolo, più carico sulla rete. Un cluster di addestramento per l’IA generativa può consumare sette o otto volte più energia rispetto a un carico di calcolo tipico. E già nel 2023, secondo il rapporto ambientale di Google, le emissioni totali di gas serra dell’azienda erano cresciute del 13% su base annua, principalmente per l’aumento dei consumi energetici dei data center e per le emissioni della supply chain.
Il punto è che l’IA, pur essendo ancora un consumatore di energia, sta cominciando a comportarsi anche da produttore. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, sta guidando soluzioni come reattori nucleari di nuova generazione, data centre flessibili e stoccaggio di energia a lunga durata. In altre parole, il tech sta trasformando il proprio enorme fabbisogno in domanda per tecnologie pulite che finora non avevano un cliente con risorse e urgenza paragonabili. È qui che il paradosso diventa un motore di mercato.
Chi vince davvero? La partita del 2026
Dall’analisi dei driver emerge un vincitore chiaro: le filiere del nucleare di nuova generazione e della geotermia avanzata. Il settore tecnologico, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, è ora una fonte importante di slancio per queste industrie, che nel tech hanno trovato un cliente con risorse e urgenza senza precedenti. La domanda, a questo punto, non è se il settore continuerà a consumare di più, ma se questa spinta diventerà strutturale o resterà un picco legato alla corsa all’IA.
La variabile da osservare nei prossimi mesi è la quota di PPA rinnovabili firmati dal settore tecnologico nel 2026. Se supererà il 40% raggiunto nel 2025, il paradosso si trasformerà in un nuovo equilibrio di mercato: non più un settore che compra rinnovabili mentre inquina, ma un comparto che converte il proprio fabbisogno in domanda strutturale di nucleare avanzato, geotermia e stoccaggio. È la differenza tra un picco e un mercato.




